lunedì 11 settembre 2017

Il diario di Bernardo Soares


Rifiuto la vita reale come una condanna. Rifiuto il sogno come una liberazione ignobile.


Perché di fatto la banalità è una forma d’intelligenza e la realtà, soprattutto se è stupida o ingrata, è un complemento naturale dell’anima.


Una sola cosa mi meraviglia più della stupidità con la quale la maggior parte degli uomini vive la vita: l’intelligenza che c’è in questa stupidità.


La monotonia delle vite comuni è apparentemente terribile, che vita è la vita di questo uomo? Mette da parte lentamente denaro lento che non intende spendere. Sta a Lisbona da 40 anni e non è mai stato a teatro; si ammalerebbe se dovesse lasciare definitivamente la sua cucina, e il suo sorriso nel chinarsi dall’altra parte del banco esprime una soddisfatta, grande, solenne felicità. Egli non simula e non ha motivo di simulare. Se sente questa felicità significa che ce l’ha davvero.


Rivedo, con meraviglia sgomenta, il panorama di queste vite e , nel provare spavento e pena e sdegno, mi accorgo che non provano spavento né pena né sdegno proprio coloro che ne avrebbero tutto il diritto: coloro che vivono quella vita. E’ questo l’errore centrale dell’immaginazione: essa suppone che gli altri sono noi e che devono sentire come noi. E se la vita è essenzialmente monotonia, in realtà quell’uomo è scampato alla monotonia più di me. E continua a sfuggire alla monotonia più facilmente di me. La verità non è sua e non è mia perchè la verità non è di nessuno. Ma la felicità è sicuramente sua.





Mi perdo se m’incontro. Dubito se trovo, non possiedo se ho ottenuto. Come se passeggiassi, dormo, ma sono sveglio. Come se dormissi, mi sveglio, ma non mi appartengo. In fondo la vita è in sé stessa una grande insonnia e c’è un lucido risveglio brusco in tutto quello che pensiamo e facciamo.





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