giovedì 29 giugno 2017

Countess Erica Blaise: Chorus - Bob Kaufman


Countess Erica Blaise: Chorus


Erica Blaise iniziò la vita con in bocca parecchie verità stabilite, una era che suo padre possedesse tre governi, con opzioni per acquistarne altri due. L’altra era che lei fosse brutta; l’estetica delle parti del suo fisico era stata maneggiata in maniera mediocre dal suo creatore che, a causa dei rimorsi, l’aveva però dotata di tutti gli appetiti che non aveva prodigato sul marchese De Sade. Non voglio annoiarvi con l’educazione e l’adolescenza di una ragazza europea aristocratica, su come la sua vita non sia iniziata finchè  tutto non fu organizzato ed immagazzinato con le pagnotte. Erica diventa Contessa Blaise, non le è concesso di distruggere la gente normale, è semplicemente così, c’è gente il cui annientamento viene gestito su scala aziendale. Questo fatto l’ha messa nella scomoda posizione di dover trovare due persone che non siano già occupate, che non è un compito così semplice oggi. Naturalmente, dopo aver colpito attorno ai flaccidi angoli dell’umanità lei ha scoperto che l’unico gruppo a disposizione e in fornitura abbondante erano artisti. Cosa c’è di più? Sembrava che loro si divertissero, anche chiedendo ferite che nessuno era preparato ad infliggere, come se la loro dieta fosse dolore – al sapore di auto-afflizione e pena di sè. Erica non avrebbe lasciato che la gente affamata morisse di fame, non è da persone civili. Lei non avrebbe nemmeno girato le spalle a chiunque sembrasse degno di una qualche attenzione storica. Iniziò collezionando grossi lavori di artisti i cui trionfi li avevano messi al di fuori del suo gioco di conservazione, trofei non guadagnati, ma utili esche per un gioco meno selvaggio, inseguendo la giungla ben incorniciata.  Indiscriminata nella scelta di quali fascini far ciondolare dal suo braccialetto sociale, lei ha concepito un miscuglio di auto-immolatori, unico per la sua varietà, angeliche ragazze americane rifugiatesi dal vittorialismo del Nebraska, piene di gratitudine per la possibilità di comprare sogni alla Sorbona nelle sue ricche ascelle alla lavanda, scrittori di prosa in lingua inglese scappati dai campi di concentramento tedeschi, disegnatori di New York che si struggono per un one-man show, col quale lei concede loro di mettersi in mostra , -finchè non appendono immagini- taglia pietre, masticatori di pastelli, piegatrici di fili, ragazzi arabi con le chiappe a mosaico, inventori di nuovi movimenti artistici che sono durati una settimana, a meno che non siano stati esauriti prima che la settimana fosse finita –, giovani biondi tedeschi faustiani che giurano di dipingere Nietzsche mentre s’avventura su abiti da sera presi in prestito in mezzo a risatine di superman teutonici, spagnoli dal sangue caldo che vengono riscaldati ogni ora e hanno colorato solo le loro labbra, sexy sud americane che dormivano con addosso gli stivali, e solamente tra di loro, esplosivi messicani che vorrebbero dipingere solo montagne e scopare per ammazzare il tempo, zingare andaluse col flamenco che sgocciola dalle punte delle loro dita, che non vogliono peccare in stanze in cui ci siano dei crocefissi.  Giganti africani assunti dai piedi, con ordini segreti di uccidere Picasso, futuristi italiani che non hanno nulla a parte il passato. Continuamente, attraverso il cespuglio Rococò, Erica ha guidato quel vermiglio safari in circoli artistici fino alla vertigine, con la realizzazione che lei si stava annoiando, annoiata all’apertura ad un nuovo suono, un completo e finora inesplorato mondo, il jazz, l’altra faccia dell’africa, incagliata- in america, che ancora non è stata salvata.  Erica non può ignorare una simile situazione; chi altro può portare un silenzio così completo? Molti. Ma qualcuno deve guidarli.

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