lunedì 20 marzo 2017

Pensieri Abortiti




Il problema è che non scrivo mai quello che penso. Da anni mi dico di comprare un taccuino ed annotarci le varie considerazioni che mi evaporano di continuo dalla testa bollente.
E invece ho quasi trent’anni e a stento riconosco la mia scrittura in corsivo.

In un cassetto chiuso non so dove ho sempre nascosto pensieri rinfrancanti tra i quali: “Quando smetterò di bere e fumare per sfuggire agli spleen, sentirò davvero, per la prima volta, il tepore del sole sulla pelle e la spensieratezza che ho sempre sognato senza nemmeno conoscerne la forma”.
Poi sono venuti a trovarmi Cioran e Pessoa, che a quanto ne so non consumavano droghe né erano grandi bevitori, eppure i loro spleen non si discostano molto dai miei. Addirittura, e ritengo non sia una considerazione dovuta alla presunzione che sempre m’accompagna, nel Libro dell Inquietudine ritrovo stralci delle mie poesie post-adolescenziali.
“La monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso”, scrive Bernardo Soares, e Pavese dice: “A che serve passare dei giorni se non si ricordano?”
“Penso in continuazione, sto precipitando nello spazio infinito […] dove galleggiano le immagini di ciò che ho visto e sentito nel mondo” E’ il diario di Pessoa o il blog di un coglione?



Alcuni, i pochi che hanno il coraggio di parlare, m’accusano d’arroganza, e io stesso riesco a percepire la presunzione e l’indisponenza che l’odio per il mio non-agire mi porta a trascinare nelle interazioni sociali.
Però dico una grande verità sostenendo che negli altri cerchiamo i nostri difetti, mentre ci è quasi impossibile notare virtù che non ci appartengono. Così quello che ragiona sull’avarizia altrui è sempre un gran tirchio come colui che vede la malizia nel prossimo è spesso esso stesso il più malizioso.


Urlo ai quattro venti che la mia protesta verso il mondo è tenermi chiuso a chiave.
I pensieri più stimolanti li tengo per me, spaventato, perché potrebbero essere ritenuti inutili ed inopportuni da quelle anime che reputo semplicemente prive di qualsiasi concezione artistica ed allergiche alla bellezza ed alla curiosità.
Così la mia musica suono rinchiuso, le mie parole soffoco e deglutisco con amarezza, persino i piatti che cucino consumo da solo, in silenzio, per paura che si scoprano scialbi o, peggio, banali, agli occhi altrui.



Vivo in una bolla di bòria, parlo della necessità della riscoperta di una soggettività collettiva, cento cervelli con diversi canoni di bellezza, guerra alle mode e ai trend, morte all’omologazione, ma poi, quasi sempre, accetto solo il mio punto di vista.
La massa è ingiustificabile, la massa non ha gusto e non ha nemmeno la concezione del gusto, in quanto qualcosa si determina bello/buono/piacevole solo se questa considerazione viene accettata da un numero sufficiente di persone, e gli individui che scelgono di nascondersi nella banalità delle masse per evitare le sofferenze, per “quieto vivere”, non sono che politici apolidi. Ma un giorno faranno il conto con quello che per anni hanno evitato. E il peso di tutte quelle riflessioni evitate cancellerà tutti i loro punti di riferimento facendoli barcollare fino a schiantarsi al suolo.



Ho accantonato l’idea di scrivere un romanzo. Mi dico che non sono ancora pronto, devo affinare lo stile e aspetto un’illuminazione che mi regali qualche spunto importante per la trama, qualche idea originale o anche solo dei personaggi da poter sviluppare. E puntualmente mi chiedo “e se fosse solo paura di fallire?”  Non credo di essere uno del tipo “Stavolta non è andata bene ma servirà di lezione per il prossimo tentativo”. Mi sembra di essere più da “Non so fare lo scrittore, il sogno più importante che ho mai avuto non si realizzerà mai, come tutti gli altri sogni e sognetti.. che sia finalmente giunto il momento di – per dirla alla Majakovskij- cacciare il capo nell’acqua digrignante?”

Scrivo i miei sciocchi pensieri per scacciare la morte e per lo stesso motivo non mi cimento in niente di serio.
Ma sento che dentro –ci credo davvero?- qualcosa sta cambiando.
Giorno dopo giorno realizzo che i miei nemici più accaniti sono noia e banalità, al cui cospetto la morte non fa alcuna paura.



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