giovedì 2 febbraio 2017

A volte mi pare che Cioran parli di me.



EFFIGIE DEL FALLITO:


Poiché qualsiasi atto gli fa orrore, ripete a sé stesso “che sciocchezza il movimento!”. Non sono tanto gli avvenimenti ad irritarlo quanto l’idea di prendervi parte; e non si muove se non per allontanarsene. I suoi sogghigni ne hanno devastato la vita prima che egli ne esaurisse la linfa. E’ un Ecclesiaste da trivio che attinge dall’universale insignificanza una scusa alle proprie sconfitte. Ansioso di trovare futile qualsiasi cosa, vi riesce facilmente, poiché tutte le evidenze stanno dalla sua parte. Nella battaglia degli argomenti, è sempre vittorioso, così come nell’azione è sempre vinto: egli ha “ragione”, rifiuta tutto – e tutto lo rifiuta. Ha capito prematuramente ciò che non si deve capire se si vuole vivere.- e poiché il suo talento conosceva troppo bene le proprie funzioni, egli lo ha dissipato per paura che defluisse nell’idiozia di un’opera. Portando l’immagine di quello che avrebbe potuto essere come uno stigma e come un nimbo, arrossisce e si gloria dell’eccellenza della propria sterilità, perpetuamente estraneo alle seduzioni ingenue, unico affrancato tra gli iloti del tempo. Trae la sua libertà dall’immensità dei suoi inadempimenti; è un dio infinito e miserevole che nessuna creazione limita, nessuna creatura adora e nessuno risparmia. Il disprezzo che ha riversato sugli altri, gli altri lo ricambiano. Espia unicamente gli atti che non ha compiuto, il cui numero però, supera il calcolo del suo orgoglio ferito. Ma alla fine, in guisa di consolazione e al termine di una vita senza titoli, egli porta la sua inutilità come una corona.

2 commenti:

  1. Ed il mondo ne è pieno.
    Bel post che ti ruberei.

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    1. Beh, il post più che altro è di Cioran, ma grazie e, se ti va, rubaglielo pure.

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