lunedì 30 gennaio 2017

E.M. Cioran - Sommario di decomposizione #2




La vita non è possibile se non grazie alle deficienze della nostra immaginazione e della nostra memoria.


Siamo votati alla perdizione, ogni volta che la vita non si svela come un miracolo, ogni volta che l’istante non geme più sotto un brivido sovrannaturale […]


Nati in una prigione, con fardelli sulle spalle e sui pensieri, non arriveremmo al termine di un solo giorno se la possibilità di farla finita non ci incitasse a ricominciare il giorno dopo. I ceppi e l’aria irrespirabile di questo mondo ci tolgono tutto, tranne la libertà di ucciderci; e questa libertà ci infonde una forza e un orgoglio tali da trionfare sui pesi che ci opprimono.


Colui che non ha mai concepito il proprio annullamento, che non ha pensato di ricorrere alla corda, alla pallottola, al veleno o al mare, è un forzato spregevole o un verme che striscia sulla carogna cosmica. Il mondo può prenderci tutto, proibirci tutto, ma non ha il potere di impedire che ci annulliamo. Tutti gli strumenti ci aiutano, tutti i nostri abissi ci invitano a farlo; ma tutti i nostri istinti vi si oppongono. Questa contraddizione accende nello spirito un conflitto senza via d’uscita. […] vi è forse una ricchezza maggiore del suicidio che ognuno porta in sé?


Ogni ideale alimentato, agli inizi, dal sangue dei suoi proseliti, si usura e svanisce quando viene adottato dalla folla.  Ecco l’acquasantiera tramutata in sputacchiera: è il ritmo ineluttabile del “progresso”.


Nessuno è responsabile di essere, e ancora meno di essere quel che è. Colpito da esistenza, ognuno subisce come una bestia le conseguenze che ne derivano.


Chi è vissuto tra gli uomini e spera ancora in un solo evento inatteso non ha capito e non capirà mai nulla.
Una pietra non mente, dunque non interessa a nessuno- mentre la vita inventa senza posa: la vita è il romanzo della materia.




Quando si giunge al limite del monologo, ai confini della solitudine, si inventa – in mancanza di altri interlocutori – dio, supremo pretesto di dialogo. […] Il vero credente si distingue a malapena dal folle: ma la sua follia è legale, è ammessa; se le sue aberrazioni fossero scevre di qualsiasi fede egli finirebbe in un manicomio. […]
La vostra fede è semplicemente delirio di grandezza […] Soltanto l’aldilà offre spazio sufficiente alle vostre brame; la terra e i suoi istanti vi sembrano troppo effimeri. […] Chiunque non accetti la propria nullità è un malato di mente. E il credente è il meno disposto di tutti ad accettarla. La volontà di durare, spinta fino a questo punto, mi spaventa. Voglio sguazzare nella mia mortalità. Voglio restare normale.

(Signore, datemi la facoltà di non pregare mai, risparmiatemi l’insania di qualsiasi adorazione, allontanate da me quella tentazione d’amore che mi consegnerebbe per sempre a voi. Possa stendersi il vuoto tra il mio cuore e  il cielo!)




3 commenti:

  1. Cioran ce l'ho in camera da letto.
    Migra costantemente tra il mobile adibito a libreria e la pachetta artigianale che mi fa da simil comodino-poggia cose varie ed eventuali.

    A volte mi pare quasi ottimista.
    Il termine di paragone, naturalmente, rispetto al quale mi pare ottimista, sono io.

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    1. Io lo adoro! Mi ci trovo proprio bene!

      Quando ho letto "L'effigie del fallito" (che ho riportato nell'ultimo post) nel quale Cioran - secondo me- parla di sè stesso, mi ci sono specchiato - "cazzo, questo sono io!" e insomma, con Cioran mi sento proprio in sintonia.

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  2. Anche Pessoa potrebbe allora darti questa impressione.
    Prova a leggere il libro dell'inquietudine.
    Se non l'hai già letto.
    Io ho dovuto interromperlo, ad un certo punto, per crisi da immedesimazione con paranoie annesse.
    Ho rapporti turbolenti con i libri che mi piacciono.
    Neanche fossero relazioni.

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