martedì 12 settembre 2017

Spremo il dentifricio in maniera diversa


Spremo il dentifricio in maniera diversa

Condisci con codici sadici
 banali e stitici dialoghi
  analoghi archetipi tipici
 lisci ingegni da invalidi
stitici amici già visti
   simili a cimici tristi
   complici in calici alcolici
  ridono risi sardonici
con Fighe di serie mai serie e ferie giù ai tropici-

Non serve che mi aiuti mentre cado fra i dirupi
Spinto giù da vecchi lupi lesti a mettersi seduti
Se li vedo tra sorrisi Disonesti stanno muti
Ma alle spalle si fan cupi e m’annegano di sputi.

Al porto porta il porto d’armi che riporto danni da anni ma non può importarmi
È tardi e tristi tarli deridono doni d’altri,
redimono sarti coi sandali in saldi
Reprimono santi sordi che s’esprimono a gesti sconci ma onesti
e lanciano lance e dardi su scorci trascorsi tra sorci morti e risorti e insetti inserti in sert sporchi, non senti i porchi?  I botti, Le note notti, Finiti i finti rintocchi, tinti ritocchi, ti trucchi gli occhi rossi indossi i tacchi e salti frasi gradi e gradini
Grandini grandi giudizi divini su tizi marci nascosti sotto ponti,
punti tanti spunti intelletti tonti unti e spanti in letti spenti e pentiti
d’estate puntate fra smunti tuoi pari, impari e impali, magari tra i gravi ed avidi spari, divisi tra i fari e i divani di bari, spali cadaveri invalidi d’avi con fisici tisici fra grevi visi di giovani vani. 
Ceni in scenari osceni e scene piene di iene sceme
che legano insieme fedi in destini, investono in vesti in intimi e in tini
 vuote le teste che stimi di zero valore
 pieni gli intestini che fanno rumore
 l’amore che muore, un tumore che reca calore ad oche d’ogni dove ove piovon borse d’orse e rose su mosce mosche irose, grande! nuove cose?? Macchè, facce stanche senza lode, menti erose, storte, esplose in morse, marce, corrose, nere, arse dalla tele
oscena visione d’un mondo in decomposizione  ad alta frequenza
-non possono starne senza-, starnazzate di tendenza, se non vedono amo e lenza
Pazienza, ormai è scritta la sentenza che già avanza,  
 memorie corte  nella stanza getto benza  speriamo che la morte se le prenda

 e concluda questa cazzo di faccenda.




lunedì 11 settembre 2017

Il diario di Bernardo Soares


Rifiuto la vita reale come una condanna. Rifiuto il sogno come una liberazione ignobile.


Perché di fatto la banalità è una forma d’intelligenza e la realtà, soprattutto se è stupida o ingrata, è un complemento naturale dell’anima.


Una sola cosa mi meraviglia più della stupidità con la quale la maggior parte degli uomini vive la vita: l’intelligenza che c’è in questa stupidità.


La monotonia delle vite comuni è apparentemente terribile, che vita è la vita di questo uomo? Mette da parte lentamente denaro lento che non intende spendere. Sta a Lisbona da 40 anni e non è mai stato a teatro; si ammalerebbe se dovesse lasciare definitivamente la sua cucina, e il suo sorriso nel chinarsi dall’altra parte del banco esprime una soddisfatta, grande, solenne felicità. Egli non simula e non ha motivo di simulare. Se sente questa felicità significa che ce l’ha davvero.


Rivedo, con meraviglia sgomenta, il panorama di queste vite e , nel provare spavento e pena e sdegno, mi accorgo che non provano spavento né pena né sdegno proprio coloro che ne avrebbero tutto il diritto: coloro che vivono quella vita. E’ questo l’errore centrale dell’immaginazione: essa suppone che gli altri sono noi e che devono sentire come noi. E se la vita è essenzialmente monotonia, in realtà quell’uomo è scampato alla monotonia più di me. E continua a sfuggire alla monotonia più facilmente di me. La verità non è sua e non è mia perchè la verità non è di nessuno. Ma la felicità è sicuramente sua.





Mi perdo se m’incontro. Dubito se trovo, non possiedo se ho ottenuto. Come se passeggiassi, dormo, ma sono sveglio. Come se dormissi, mi sveglio, ma non mi appartengo. In fondo la vita è in sé stessa una grande insonnia e c’è un lucido risveglio brusco in tutto quello che pensiamo e facciamo.





sabato 9 settembre 2017

Bernardo Soares


La schiavitù è la legge della vita e non c’è altra legge perché questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi. L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova, e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere liberato dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente?


Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso!


Tutto è noi e noi siamo tutto. Ma a che serve questo se tutto è niente?










venerdì 8 settembre 2017

Denti Bianchi - Zadie Smith (estratti)




La merda non è la merda, i piccioni  sono la merda



Le gambe e le braccia parlavano un dialetto leggermente diverso da quello del sistema nervoso centrale



Me li haaannooo buttati giù! Ma io dico, se anche viene la fine del mondo, il signore forse si preoccupa se non ho i denti?



Un milione di esseri umani persero una vita che, tanto, avevano già imparato a non prendere sul serio.



Continuò di questo passo, con una parola che fluiva dopo l’altra, senza punteggiatura né interruzioni per prendere fiato, e con lo stesso tono melassoso – ci si poteva quasi accovacciare nelle sue frasi, ci si poteva quasi addormentare dentro.



Vai a casa e riposati un po’. La mattina il mondo è nuovo, tutte le volte.  Amico… la vita non è facile.



Una più accurata indagine negli archivi della Grange Library locale avrebbe rivelato che sir Edmund Glenard era stato un colonialista di successo che in Giamaica aveva guadagnato un notevole quantitativo di denaro con la coltivazione del tabacco o, piuttosto, controllando vasti appezzamenti di terra dove il tabacco veniva coltivato. Dopo vent’anni di tutto questo, avendo ammassato molti più quattrini del necessario, sir Edmund si era rilassato nella sua imponente poltrona di cuoio e si era chiesto se poteva fare qualcosa. Qualcosa capace di accompagnarlo verso la vecchiaia avvolto da un alone di bontà e stima. Qualcosa per la gente. Quella che vedeva dalla finestra. Là nel campo.



Comunque 84 non sono 77 e nemmeno 63. A ottantaquattro anni, di fronte si ha solo la morte, fastidiosa nella sua insistenza.



Che cosa, in questo secolo così poco amabile, ci ha convinti che malgrado tutto siamo da amare come persone? Che ci ha portato a pensare che chiunque non ci ami sia in qualche modo danneggiato, mancante di qualcosa, mal funzionante?




Poi le posò sulla fronte un bacio che sembrò un battesimo, e lei pianse come una bambina.



giovedì 7 settembre 2017

Denti bianchi - Zadie Smith



Archibald Jones  



Clara aveva 19 anni, Archibald 47. Sei settimane dopo erano sposati.



…Ma non Archie. A un mese dal matrimonio aveva già quell’espressione spenta che hanno gli uomini quando vi guardano attraverso.



Proprio come in televisione! E’ questo il complimento più superlativo che Archie riesca ad escogitare per qualunque avvenimento reale. Tranne che “questo è anche meglio che in televisione!”





Samad Iqbal



I nostri figli saranno il frutto delle nostre azioni. “le nostre sciagure saranno i loro destini”.



Non era possibile, e Samad lo sapeva, che quella donna provasse per lui un qualche interesse erotico. Ma si guardò lo stesso attorno alla ricerca di Alsana e continuò a far tintinnare nervosamente nella tasca le chiavi della macchina. Sentì qualcosa di freddo scendergli sul cuore e capì che era paura del suo Dio.



Samad, quando l’organo di un uomo sta eretto, due terzi dell’intelletto di quest’uomo se ne vanno.



E’ odioso che ci vengano ricordati i nostri figli mentre si sta calcolando l’esatta sfumatura e la rigidità di un capezzolo capace di rivelarsi attraverso il reggiseno e la camicetta.



Sbirciò nel corridoio verso la figura indistinta di Joyce oltre il vetro e si grattò i testicoli, tristemente. Samad indossava il suo abbigliamento da televisione: maglioncino sgargiante dallo scollo a V, con lo stomaco che lo tirava come se sotto ci fosse stata una boule per l’acqua calda, e un paio di calzoncini di lanetta fantasia dai quali sbucavano due gambe magre, eredità di quando era giovane. Se vestito da televisione, Samad era incapace di agire
[…]
“Perché non fai qualcosa , signor Iqbal? Mandala via. Invece  di startene là con in mostra la tua pancia sfatta e il tuo minuscolo pisello”.
Samad sbuffò e ricaccio sotto la fodera interna dei calzoncini la causa di tutti i suoi guai, due enormi palle pelose e il pene moscio, dall’aria sconfitta.




L'O'Connell



Bisogna “conoscere” il locale. Ad esempio ci sono ragioni che spiegano perché O’Connell è una sala biliardi irlandese gestita da arabi e senza tavoli da biliardo. E ci sono ragioni che spiegano perché il pustoloso Mickey è disposto a cucinare patate, o uova e fagioli, o uova, o patate e fagioli o fagioli patate uova e funghi ma non , per nessuna ragione al mondo, patate, fagioli, uova e pancetta. Ma bisogna frequentare il locale per avere queste informazioni.



L’ultimo sconosciuto che ricordavano di aver visto arrivare era stato il contabile di Samad, un omino con la faccia da topo che aveva tentato di parlare con le persone dei loro risparmi (come se i clienti dell’O’Connell avessero dei risparmi!) e aveva chiesto non una, ma due volte, il sanguinaccio, malgrado gli fosse stato spiegato che là dentro non si serviva maiale. Era successo attorno al 1987, e non era piaciuto a nessuno. E ora, che cos’era questo? Erano passati solo cinque anni, ed eccone un altro, questa volta tutto vestito di bianco – pulito in modo offensivo per un venerdì sera da O’Connell – e ben al di sotto dell’età richiesta (Trentasei anni). Che cos’aveva in mente di fare, Samad?



Nella famiglia allargata di Mickey vigeva la tradizione di chiamare Abdul tutti i figli, per insegnare loro che era vanità assumere uno status più alto di quello degli altri uomini, il che andava benissimo, ma negli anni formativi tendeva a causare confusione.



Alla fine O’Connell. Inevitabilmente, O’Connell. E solo perché da O’Connell si poteva essere una famiglia, senza proprietà o status sociale, senza gloria passata o speranze future… Fuori poteva essere il 1989, o il 1999 o il 2009, e ci si poteva ugualmente sedere al banco con il maglioncino dallo scollo a v che si indossava al proprio matrimonio nel 1975,  1945, o 1935. Qui non cambia niente, le cose vengono riraccontate, ricordate. Ecco perché i vecchi amano il locale.
Ha tutto a che fare col tempo. Non solo per la sua immobilità, ma per la sua pura, sfacciata quantità. Quantità piuttosto che Qualità. E’ difficile da spiegare. Se solo esistesse un equazione… Qualcosa come:

TEMPO PASSATO QUI
-------------------------------  GODIMENTO X MASOCHISMO =  ragione per 
TEMPO CHE AVREI                                                                la quale sono
POTUTO  PASSARE                                                            un cliente fisso
 UTILMENTE ALTROVE








I Chalfen 



Ho descritto una scuola dove ho lavorato e dove ho dato a tutti gli scolari un vaso di Busy Lizzie, invitandoli a prendersene cura come mamma o papà si prendevano cura di un neonato. Ognuno dei ragazzi ha scelto il genitore da imitare. Un bel bambinetto giamaicano, Winston, ha scelto il padre. La settimana dopo la madre mi ha telefonato chiedendomi perché avessi detto a Winston di nutrire la pianta a Pepsi Cola e di piazzarla davanti al televisore.


                                               --------


<<Datevi una calmata, belli>> disse Millat, sospettoso. <<Non era un cazzo divertente.>>
Ma i Chalfen continuarono. I Chalfen facevano raramente delle battute, a meno che non fossero eccezionalmente fiacche o a base di numeri o entrambe le cose. Che cosa dice lo zero all’otto? Bella cintura.



“Oscar, guarda, Irie è tornata a trovarci! Guarda che faccia fa, Irie… si chiede dov’è Millat. Non è vero, Oscar?
<<No.>>
“Oh Santo cielo, certo che si. Dì ad Irie il nome della nuova scimmia, Oscar, quella che ti ha dato papà.”
<<George.>>
“No, non George. L’hai chiamata Millat la scimmia, ricordi? Perché le scimmie sono dispettose e Millat è come loro, vero, Oscar?”
<<Non lo so. Non m’importa.>>
“Tutti vogliono bene a Millat, non è vero, Oscar? Noi gli vogliamo molto bene, non è vero, Oscar?”
<<Io lo odio.>>
[…]
“Perfino Oscar, anche se ha solo sei anni, è più intelligente di lui”
<<No, non è vero. >> Disse Oscar, tirando un calcio ad un garage di lego che aveva appena costruito. <<Io sono il più cretino del mondo>>.
”Oscar ha un quoziente d’intelligenza di 178” sussurrò Joyce. “Fa tremare le vene perfino a me che sono sua madre”.
“Uao” disse Irie, voltandosi con il resto della stanza ad ammirare Oscar che tentava d’inghiottire la testa di una giraffa di plastica.



Millat


Quando raggiunse Marble Arch era così infuriato che chiamò Karina Cain da una cabina telefonica  e la mollo senza tante cerimonie. […] Ma di Karina Cain gli importava, perché era il suo amore, e il suo amore poteva essere solo suo e di nessun altro. Karina doveva essere protetta come la moglie di Al Pacino in Scarface. Doveva essere trattata come una principessa. Doveva comportarsi come una principessa. In una torre. Tutta coperta.



giovedì 31 agosto 2017

Sbucciandomi





Sei ametista preziosa quando ti sorrido a testingiù
Su
bacia le mie incertezze con le labbralbicocca.
Bambina non sei mai / io rovescio nocciole dalle tasche infinite,
sguardo testa storta da meticcio curioso senza tempo
Il sole non ti basta ma io ti giuro di si / un uragano non è nulla se lo attraversi sorridendo
 e più la schiuma si scioglie più mi perdo nella polvere di zucchero cosparsa sull tuo soffice ventre appetitoso.
Avrai nuvole per cuscini, onde per lenzuola;
 Aggrappandoci al cielo squarceremo il firmamento
trascinando fiori stellari come bombe nell’oceano,
 illuminando i delfini eleganti che odiano il buio
come io odio il buio
 perché se non posso vedere devo solo sentire
 e lì l’equilibrio è sottile
 lo sai che basta una carezza rovescia, una piuma sporca, neve rossa che congela la faccia
la tua schiena indefinita in lontananza
 sotto il pesco che non dice una parola.
Le ginocchia sui sanpietrini a guardare il tempo passare e le anime rimanere,
 avvolte dal poroso nulla che ricopre la città.
Insegnami chi sei, ho tutte le parole che vuoi
ma non ho la forza per contenerle;
Si rovescia l'immensa valanga spumosa
e ti lascia a soffocare sotto la frana del mio amore pulsante.

A rate puoi avere
l’eternità


martedì 29 agosto 2017

Sogno e son desto



Sono in questo posto tipo fiaba dark alla Tim Burton quand’era giovane o alla Tideland. Lo percepisco più che vederlo, perché non si vede quasi nulla, c’è buio, troppo buio, attorno a me sento delle presenze nell’oscurità, sui muri intravedo delle bocche con denti storti e lingue che si muovono in modo grottesco, sono angosciato perché devo superare qualche prova che non ricordo ma so che ci riesco perché tutto s’ammorbidisce e mi ritrovo in mano, come premio, questo libretto che contiene un misto di foto di me coi miei cugini quand’ero piccolo e fumetti che non ricordo di aver mai letto.
Mi sveglio. Sono le 2.20. Mi giro dall’altra parte.
Sono su una strada asfaltata in mezzo ad una foresta con alberi enormi, direi sequoie; poco lontano da me, una vecchia evidentemente fuori di testa mi scaglia addosso delle pietre ed inizia ad inseguirmi inferocita, nel frattempo sta passando un’auto, è verde e lunga tipo una passat, l’afferro mentre mi passa affianco e mi faccio trascinare volando, senza che i piedi tocchino terra, appeso all’angolo dell’automobile; Mi volto e vedo la vecchia che ci insegue correndo alla nostra stessa velocità. Ad un certo punto siamo fermi, sto parlando con la vecchia, non so cosa le dico ma lei è calma e tranquilla. L’accompagno ad una casetta di legno molto carina; davanti alla casa una piccola veranda sempre in legno e tre o quattro gradini da salire. Sulla porta una signora, davanti alle sua gambe una bambina che avrà tre o quattro anni e lì vicino una bicicletta arancione quasi completamente arrugginita, sul davanti un cestello che contiene qualcosa che pare una bombola, un estintore o qualcosa del genere. La bambina chiama l’estintore per nome, quasi fosse un suo amico. Almeno questa è l’impressione che mi da, anche se non ricordo che nome utilizza. La vecchia ora non ha più energie, non riesce a correre, anzi cammina a fatica, zoppica vistosamente e devo aiutarla a salire i gradini e ad entrare in casa. Però è felice, la signora sulla porta dev’essere sua figlia e la bimba dev’essere sua nipote, così ho deciso; la vecchia non l’aveva mai vista perché anni fa ha litigato con la sua unica figlia e s’è ridotta a vivere da sola, diventando cattivissima e super veloce. Ora le tre si vogliono bene e ridono felici. Appena entro in casa vedo un’altra donna, anzi una ragazza, è molto bella ed è lì per me, mi sorride, mi prende la mano e m’accompagna nella sua stanza dove si sdraia immediatamente sul letto, io la bacio ma subito suona il telefono sul comodino, allora la ragazza mi dà le spalle e risponde; la telefonata sembra infinita, lei parla e parla mentre io la mordicchio e lei cerca di farmi smettere, sempre sorridendo, è divertita dalla mia fame, non infastidita, ma la telefonata va avanti ed io sto impazzendo. Lei è in carne ma molto molto bella poi mi trovo in mezzo ai miei amici che si stanno mettendo d’accordo per dire tutti ai loro genitori di essere stati in vacanza in Croazia; devono nascondere la vera meta delle loro vacanze, che non riesco a capire. Sarà Amsterdam o qualche festa matta in giro per l’europa dove non si fa altro che bere drogarsi e ballare, non so, non so niente ma sono sicuro che in Croazia loro non ci sono stati; sono in piedi in camera mia, è notte e la portafinestra è aperta, vedo la strada fuori, c’è molto buio, sento una presenza dietro di me e subito qualcosa mi afferra la maglia, in basso, all’altezza del culo, e mi tira indietro e in giù, cerco di girarmi ma non vedo cos’è, la stretta è continua, probabilmente è un cane che mi ha azzannato e non vuole mollarmi, cerca di trascinarmi indietro e io vorrei urlare ma non ci riesco.
Mi sveglio. Sono le 3.40.
La sveglia è puntata alle 4.50, poi si va a lavoro.

Queste cazzo di notti sono sempre più impegnative.

lunedì 28 agosto 2017

Non avevo capito niente - Diego De Silva




Io, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, lepersone sbagliate, le risposte che non ho dato, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d’amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati



La verità è che ci son persone che hanno la capacità di beccarti nella tua versione più insulsa, di farti esprimere sempre al minimo delle tue potenzialità.



Hai voglia a dire che non te ne frega niente degli altri, invece ti frega. I corpi si sentono osservati. E’ proprio una loro caratteristica. E quando i corpi si sentono osservati, generalmente tendono ad imbranarsi.



E la cosa stupefacente è che è addirittura sincera. Quando dice che non trova un baricentro  sente davvero la mancanza di un baricentro. E’ così rimbambita da se stessa, da essersi abituata a pensare coi baricentri, i lenzuoli che non tornano puliti dopo un ultimo lavaggio, gli attriti emozionali, gli sgabuzzini interiori e tutte quelle puttanate lì.



Le dico che per quindici anni ho fatto finta di darle ragione.
Le dico che quella che spaccia per introspezione scientifica è buonsenso da salotto universitario.
Le dico che è una sopravvalutata, dunque non ha la più pallida idea di cosa voglia dire meritarsi qualcosa. E’ una mediocre come tutti gli altri (me compreso). Solo che mentre noi arranchiamo lei guadagna quello che vuole.
Le dico che la sua infondata affermazione professionale è la prova tangibile di quanto in basso siamo caduti tutti quanti.
Le dico che i suoi pazienti, tolti quelli che vogliono semplicemente scoparsela (che almeno hanno un movente) sono dei cafoni arricchiti che usano la psicanalisi come surrogato dei libri che non hanno letto.
[…]
Poi torno alla realtà, il posto dove abito e in cui non sarò mai capace di fare quello che penso.
E poi chissà se veramente lo penso.



Solo uno che si crede un genio, cioè un cretino, può pensare una cosa del genere.



Non  so se penso davvero quello che dico, o cerco solo di non dire niente di sbagliato. E allora va a finire che non parlo e faccio la figura di quello che non ha niente da dire



L’amore, se posso dire quello che penso, è una malattia della dignità. Agisce per picchi ed inabissamenti.



E poi c’è la malinconia cosmica, che minaccia l’evoluzione.



Tu invece ti trascini in questa specie di metadone dei sentimenti nella speranza che le cose s’aggiustino, ma per questo genere di guasto non c’è cura e non c’è riparazione.



Sono davvero poche le volte in cui ho avuto le idee chiare nella vita. E non parlo delle scelte ponderate, del bilancio dei pro e dei contro, quelle cazzate lì dove si cerca il giusto mezzo che poi rende i giorni penosi.



Invece stamattina non mi va proprio di lasciar correre, perché non è possibile che ogni volta che esci di casa devi ingoiare la tua brava cucchiaiata di merda

Perché le volte che tiri fuori i coglioni, anche se poi li rimetti dentro, per un po’ ti restano addosso. E’ una specie di strascico estetico della virilità, una carica che continua a mandare spruzzi di energia alla gente che passa.




-          - Oh stà a sentire, mica sei venuto per offendere?
-          - Avvocà, ho detto solo quello che penso, mica quello che penso è la verità!



venerdì 25 agosto 2017

5 super dischi



I cinque dischi che Youtube mi ha suggerito e nessuno attorno a me conosce, ma quando li metto su vado via di testa.
Ah, non ti metto nemmeno un link, se ti va cercatèli, io ti descrivo la storia degli artisti e ti recensisco a grandi linee il disco, mi par già abbastanza.



Posizione 5: THE BLACK MERDA – THE PSYCH FUNK OF BLACK MERDA (2006)
Questi tre negri di Detroit iniziano la loro carriera suonando musica soul da Motown. Nel ’67 reclutano il secondo chitarrista (fratello del primo) e un anno dopo cambiano il nome del gruppo da The Soul Agents a Black Merda; la scelta del nome deriva dal fatto che in quegli anni un sacco di neri venivano ammazzati da sbirri merdosi e dal Ku-Klux-Klan, per cui il quartetto detroitiano opta per il nome Merda perché nello slang afroamericano ricorda la parola murder (quindi la pronuncia sarebbe tipo De blek marda’). Nel 70 esce il disco omonimo in cui si sentono grosse grossissime  influenze rock psichedeliche Hendrixiane e non solo (Cream?). Questo disco, col successivo Long Burn the fire (1972)  è l’espressione del vero sound della band che, purtroppo, si scioglie poco dopo. Nel 2005 il gruppo si riunisce pubblicando un album che racchiude le canzoni dei loro primi due lavori e la gente inizia a chiedersi “ma chi sono sti negri Funkettoni hendrix style”? L’anno successivo esce The Psych funk of black merda, che è il disco che me li ha fatti conoscere ed apprezzare e, per essere un insieme di registrazioni e pezzi scartati, non è affatto male. Apprezzabilissime la prima traccia e la cover di Foxy Lady.



Posizione 4 : NATTY COMBO – IMPULSO (2007)
Sergio Colombo, è un saxofonista argentino appassionato di Reggae, a cui mescola varie influenze e, dopo una lunga gavetta - ha fatto parte dei Los Cafres e ha suonato con musicisti argentini, messicani, giamaicani etc,-nel 2003, per dar luce al suo progetto solista, mette su una band, i Natty Combo, con cui pubblica due dischi dalle sonorità Roots Reggae anni 70, poi, nel 2006 esce SuperDubWise, rivisitazione in chiave Dub dei pezzi principali dei primi due dischi; la svolta arriva nel 2007, con Impulso, primo album che ha una distribuzione internazionale e fa avere al gruppo una discreta fama in America Latina. Questo disco, che su youtube ha appena 70.000 visualizzazioni, suona veramente bene e l’ho già postato sul blog qualche tempo fa. Dagli un ascolto anche se non ti piace il genere perché ci sono un sacco di contaminazioni e merita davvero.



Posizione 3:  BETTY DAVIS – THEY SAY I’M DIFFERENT (1974)
Betty Davis lavorò come modella a New York, dove conobbe Hendrix ed altri famosi musicisti tra cui Miles Davis, con cui si sposò nel 1968. A detto dello stesso Miles, Betty influenzò profondamente il suo stile musicale facendogli conoscere Jimi e Sly Stone.
Miles e Betty divorziarono e, mentre Miles incideva Bitches Brew inventando il jazz fusion – l’album vendette molto nonostante i pezzi fossero lunghi complessi e pieni di folli assoli-  lei decise di fare la cantante, dimostrando di possedere una voce sexy e caldissima.
Betty Davis nel 1973 incise l’album omonimo, l’anno successivo uscì They Say I’m different e nel 1975 Nasty Gal. Lei cantava bene, i musicisti con cui s’accompagnava sapevano tutti il fatto loro, il sound funkeggiante era ben fatto, il groove stiloso; nonostante ciò i dischi vendettero poco –a causa anche (soprattutto?) dell’opposizione di certi poteri forti... se t’interessa approfondisciti il discorso per conto tuo- e la Davis concluse la carriera musicale.
Oggi la sua figura è molto importante per gli amanti del genere e alcuni dei suoi lavori sono stati ampiamente rivalutati. They say i’m different è un gran gran disco, dall’inizio alla fine. Per esempio sentiti la title track che cazzo di groove che ha.



Posizione 2:  THE CUNNINLYNGUIST – A PIECE OF STRANGE  (2006)
Non ho un gran rapporto con rap e hip hop. The eminem show è stato l’unico disco rap che ho mai comprato. Ultimamente ascolto qualche pezzo di Nitro e Salmo ma, tolti loro due, non ascolto altro del genere. Odio i campionamenti, mi piace la musica strumentale, e vorrei ci fossero molti più gruppi come i Rage Against the Machine, cioè con un tizio che rappa su una vera sezione ritmica, con degli assoli di chitarra, sax, o dio solo sa cosa; odio le basi campionate tutte uguali, un riff lungo 5 secondi oscenamente ripetuto per quattro minuti. Quella non è musica.
Dopo questa orribile premessa, quando youtube mi ha consigliato i cunnilinguisti ammetto di essere stato attratto esclusivamente dal nome fantastico. Faccio partire A piece of Strange aspettandomi delle scimmie che rappano parlando di soldi e sparatorie, su basi noiosamente ripetitive. Invece parte l’intro con il coro, percussioni e chitarra flamenco. Cosa? Via al primo pezzo, organetto super fico, batteria incalzante, gran metrica nelle strofe. Cazzo, è amore al primo ascolto.
Ma facciamo un passo indietro: nel 1999, ad Atlanta, Deacon incontra Kno, il primo rappa, l’altro produce, creano roba, escono due lavori: Will rap for food e SouthernUnderground. Apprezzati dalla critica, io li ascoltati molto superficialmente ed ho deciso che non mi piacciono.
Nel 2005 la svolta, entra nel gruppo Natti, il gruppo pubblica A Piece of Strange: disco molto meno hip hop, un po’ più tutto il resto, chitarra flamenco d’apertura a parte, c’è molto soul, funk, chitarra elettrica che si fa sentire quando serve, una tastiera qua e là,  un pezzo reggaeggiante, elettronica, le parti rappate molto curate, testi per niente banali e tantissimi intermezzi strumentali tra un pezzo e l’altro. A me fa semplicemente impazzire.
I tre proseguono alla grande con Dirty Acres del 2007,  dove si mescolano sapientemente riff di chitarra, strofe hiphop old school e un drumming che, rispetto al lavoro precedente, suona più elettronico; aggiungo che ci sono molti più effetti e il sound in molte tracce vira apertamente verso l’ electro deep.
Nel 2011 esce Oneirology che ancora non ho ascoltato.
A piece of Strange starebbe tranquillamente al numero uno della mia classifica se non fosse che…



Posizione 1:  MORPHINE – GOOD (1992)
Mark Sandman, geniale bassista molto attivo nella scena underground bostoniana, nel 1990 decide di fondare il terzetto più strano ed innovativo del periodo: Sandman canta e suona un basso a due corde di sua invenzione , accompagnato da percussioni e un sax baritono. Al primo ascolto sembrano i Doors più fighi, ma il loro sound blues rock jazzato è molto, molto più di questo. Il loro primo disco, Good, è bellissimo. Il secondo disco, Cure for Pain,  li porta al successo internazionale. Nel ’96 esce Yes, sulla falsariga dei primi due lavori.
Nel ’99, durante un live, il frontman Mark Sandman s’accascia sul palco e non si alza più, decretando la fine della sua vita e di quella della band, che nel 2000 dà alle stampe the Night, completato prima della morte di Sandman.
Io trovo che per il 90% dei gruppi che ho ascoltato nel corso della mia vita, il primo lavoro sia quello fondamentale, quello che definisce e rappresenta lo stile della band, il disco più “sentito”, insomma. E il primo lavoro dei Morphine non fa eccezione, anzi, si può tranquillamente dire che con Good questi tre tizi hanno inventato un genere, un genere fighissimo, che ti trascina via con loro.
Questo che, apparentemente, sembra un disco da sottofondo, è in realtà un disco da ascoltare senza fare nient’altro. Preparati una resinosa jolla di ganja, un Tanquerray Tonic, un the con l’oppio, quello che ti fa più piacere, poi stenditi in poltrona e fai partire questo capolavoro.
E sappi che non è un termine che uso spesso, capolavoro. Ma qui ci sta tutto.

E uno dei prossimi obiettivi della mia vita è scopare con You look like rain in sottofondo.

mercoledì 23 agosto 2017

Ritratti: Robert



Robert ha gli occhi castani, poche ciglia, troppe sopracciglia, e questo contrasto lo rende strano a vedersi, donandogli quello sguardo furbescamente particolare d’un venditore di panacee. La chierica da frate lo costringe a rasarsi la testa, per sua fortuna perfettamente tonda, su cui spesso porta un cappello da pescatore – si direbbe uguale a quello del cantante dei New Radicals nel video di You Get What You Give-. Ha gli incisivi inferiori storti ma un bel sorriso, le labbra sottili e sempre screpolate perchè le importuna, lecca e mordicchia tutto il santo giorno, zigomi duri da boxeur armeno e un naso dantesco ma non troppo. Robert cammina molleggiandosi sui piedi a papera come se non gli importasse nulla del mondo, ha le scarpe sempre sporche e i pantaloni sempre a vita bassa; d’estate veste solo t-shirt , d’inverno solo felpe sobrie con la marca in bella vista al centro del petto. Robert guida una golf e se ne vanta, ama la birra, odia il vino, quando vuole spaccarsi beve tequila, mangia al mc due volte a settimana e al sushi ogni quindici giorni circa. Da quand’è maggiorenne (dodici anni) è andato a votare cinque volte, cambiando sempre preferenza, in ordine cronologico: Forza nuova, forza italia, lega nord, movimento 5 stelle. Alla quarta votazione ha espresso tutto il suo disgusto per la classe politica italiana scegliendo un voto di protesta, ha infatti legittimamente scelto di far annullare il proprio voto scrivendo CLARENCE SEEDORF a caratteri cubitali, occupando tutta la scheda elettorale. Robert ama le discoteche ma non la musica, ama il sesso ma non le donne, ama la compagnia ma non le persone. Pensa agli altri solo in relazione a se stesso, senza ovviamente rendersene conto; Ha finito le superiori in sette anni ottenendo il diploma di perito elettrotecnico; Negli ultimi sei anni sempre ferie ad agosto, quando la ditta chiude; cronologicamente è stato ad Ibiza, Mykonos due volte di fila, di nuovo Ibiza, Pag in Croazia e per la terza volta ad Ibiza, che gli è rimasta ne cuore. Non pratica nessuno sport ma s’allena in palestra. Si depila tutto il corpo tranne il pube, che si passa col rasoio. Ha un gigantesco barattolo con su scritto 100% Whey protein; Ha letto due libri, entrambi una quindicina d’anni fa: Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire e Tre metri sopra al cielo, entrambi per far contenta la sua morosetta dell’epoca. Ascolta la radio ma cambia stazione quando sente Despasito e detesta la musica metal. Quando va a letto s’addormenta sempre in meno di dieci minuti (spesso molto meno) , il lavoro da operaio non gli pesa, ha un conto corrente secondario, bloccato per altri otto anni, in cui verso mensilmente 400 euro dal suo stipendio ed accumula ricchezze al tasso del 2,7% annuo. Non sa cucinare nulla che vada oltre il classico piatto di pasta, vive con la madre, che adora quanto il risotto al tastasal e la carbonara; Aveva una Kawasaki Ninja che ha venduto per paura di morirci sopra; odia tutte le etnie comprendenti persone con una carnagione più scura della sua, insulta continuamente gli immigrati tranne il marocchino da cui compra l’hashish e quello da cui compra la coca. Ogni tanto si concede una busta di ketamina con gli amici, ma quella la prendono da un italiano; non ha amici omosessuali ma non ha nulla contro di loro, basta che gli stiano distante. Non ha una ragazza ma ne vorrebbe una; non vuole sposarsi ne avere bambini; è contento della vita che ha e vive aspettando il week end. E poi quello successivo.


Non ti dico quello che penso di lui perché tanto lo sai già; è quello che penso di tutti gli altri.




Prendi me, ad esempio,
Che mi sembra sempre meno interessante
Questo continuo distogliere altrove lo sguardo
E poi vivere per non morire.
In questa comunità così operosa,
Opulenta e vanitosa,
Mai dire mai.
Ne va della sopravvivenza

...

E' la vita.
Continuiamo così.
Facciamoci del male

martedì 22 agosto 2017

MEMORIE DI ADRIANO – M. YOURCENAR




A volte ho sognato di elaborare un sistema di conoscenza umana basato sull’erotica: Una teoria del contatto, nel quale il mistero e la dignità altrui consisterebbero appunto nell’offrire al nostro Io questo punto di riferimento d’un mondo diverso. In questa filosofia la voluttà rappresenterebbe una forma più completa ma anche più caratterizzata dei contatti con l’Altro, una tecnica in più messa al servizio della conoscenza del non Io. Anche nei rapporti più alieni dai sensi, l’emozione sorge o si attua proprio nel contatto.




Un tempo ho creduto che un certo gusto per la bellezza avrebbe surrogato in me le virtù, e avrebbe saputo immunizzarmi dalle tentazioni troppo volgari. M’ingannavo. Chi ama il bello finisce per trovarne ovunque.




Il pensiero che in mia presenza qualcuno snaturi, sia pure d’un ombra, l’esser suo, può giungere a farmelo compiangere, disprezzare, odiare perfino.




Ammetto che il sonno perfetto è quasi necessariamente un appendice dell’amore.



L’uomo che non dorme si rifiuta più o meno consapevolmente di affidarsi al flusso delle cose



Non è privo di dolcezza questo immergersi nelle regioni vaghe dei sogni; ivi, possiedo per un istante segreti che subito mi sfuggono; mi disseto a sorgenti.




Quel che sappiamo sul conto degli altri è quasi tutto di seconda mano



Le esperienze avevano sviluppato in lui uno scetticismo straordinario riguardo agli esseri umani.



Di quelle donne ignoravo quasi tutto: la parte che mi donavano della loro esistenza stava tra due porte socchiuse […] e sospettavo che si dessero la passione insieme al rossetto.




Non credo che alcun sistema riuscirà mai a sopprimere la schiavitù: tutt’al più , ne muterà il nome.
Si possono immaginare forme di schiavitù peggiori delle nostre, perché più insidiose: sia che si riesca a trasformare gli uomini in macchine stupide e appagate, che si credono libere mentre sono asservite, sia che s’imprima loro una passione forsennata per il lavoro, divorante tanto quella della guerra presso le razze barbare, tale da escludere gli svaghi, i piaceri umani. A questa schiavitù dello spirito preferiscono ancora la nostra schiavitù di fatto.



…l’ingiunzione di amare il prossimo come se stessi: essa è troppo contraria alla natura umana per essere sinceramente seguita dalle persone volgari, le quali non ameranno mai altri come loro stesse, e non si addice al saggio, il quale non ama particolarmente neppure se stesso.




Il mio corpo aveva paura di me: sentivo continuamente nel petto la presenza oscura della paura, una morsa che non era ancora dolore, ma un primo passo in quel senso.
Ormai il sonno era peggio che la sua mancanza



La possibilità inalienabile del suicidio mi aiutava a superare l’esistenza con minore fastidio




lunedì 21 agosto 2017

Thanks, B.



Liscio il viso, il cuore pieno d’increspature
Non so spiegarmi il mio senso
Sarà che sono diversi
Ma le tue tette mi hanno fatto rilassare.
Domani si ricomincia
E tu, grazie a dio non ci sarai
Non fraintendermi
Gran belle tette eh
Ma preferisco così
E non mi chiedere a cosa penso, è inutile.
Ti spingo via senza una ragione
Anche se una ragione c’è.
A volte è più sensato stare spenti
Che sprecarsi
Si,
   frase d’un arroganza imbarazzante,
Ma Questo sono io
Almeno la parte che sputo per le strade
                                        e nei bar
in realtà sono molto di più

ma tu non lo saprai mai.

venerdì 18 agosto 2017

Alti e bassi anche di notte


Odio odiarmi così tanto da avere la necessità di odiare tutto e tutti, quasi quanto odio l’indifferenza e il fatto di non essere riuscito, in quasi 29 anni di vita, a trovare un amico che sia lì per me quando ne ho bisogno o che almeno mi cerchi quando ha bisogno lui. Ne risulta che non dico mai a nessuno quello che sento veramente, non conto nulla per nessuno e nessuno conta nulla per me.
Mi odio ed odio odiarmi così tanto da voler odiare tutto e tutti gli altri che non mi vogliono stare a sentire. Tutto è odio, tutto è voragine e abisso. Io vedo odio, mangio odio, respiro odio, bevo odio e poi cago solo stupida merda e trattengo l‘odio dentro di me, a gonfiarmi lo stomaco e l’anima già tediata da tutte le altre cose, visto che tutto fa un po’ male e il tutto è quotidianità. Certe volte mi manca il fiato.
Vivo d’odio e morirò d’odio anche se è l’ultima cosa che voglio. Ho scagliato nel cielo tutta la luce di cui ero capace, in cambio solo badilate di terra sulla testa, “copriti che non vai bene, non farti vedere in giro”. Odio la voglia e il folle bisogno di piangere, che quando arrivano mi stringono alla gola, ma le lacrime non scendono mai e non fanno che costiparmi ulteriormente l’anima già intasata da tutto quest’odio che non so più dove mettere. Lo chiamerò Emil, gli costruirò una cuccia e gli darò da mangiare le mie molli inutili interiora. “Emil, stai a cuccia. Smetti di muoverti. Mi fai male, un male indescrivibile, Smettila ti prego.”

Beh dicevo che nella vita non mi riesce mai di piangere, invece nei sogni piango molto, m’è successo anche ieri. Stanotte invece ero in giardino che coccolavo il mio vecchio cane, lì affianco c’era una persona, non ricordo chi, però ricordo bene che le ho analizzato il sogno che stavo facendo e le ho spiegato come adori rincontrare il mio cane morto una quindicina d’anni fa: “Guardalo! E’ carinissimo e cuccioloso, lo posso accarezzare e ricordargli quanto gli voglio bene!” A quel punto sul balcone della casa vicino spunta mio nonno, lui è morto nel duemilaeuno, se non sbaglio. Mi guarda e mi sorride ed io sono super felice e mi rivolgo ancora alla persona di fianco a me: Vedi? Durante le giornate posso sì, pensare a mio nonno, al limite guardare una sua foto, ma qua lo posso vedere muoversi e sorridere, posso parlargli, posso abbracciarlo. Di solito mentre lo abbraccio piango tantissimo perché so che lo sto solo sognando, me ne rendo ben conto, ma sono felice così”.

Poi mi sono girato dall’altra parte, ho fatto un sogno di merda e mi sono svegliato triste incazzato e pensieroso. Alti e bassi anche di notte, mai un pò di tranquillità!




PS la prossima volta che una stronza cinquantenne mi guarda i capelli mezzi verdi mezzi viola e mi chiede se la parrucchiera si è sbagliata, le sputo in bocca.
-Dovete smetterla di dire tutte la stessa cosa, siete noiose, cazzo. Siete tutte uguali. NO-IO-SE.




I was born by the river, just like this river
I've been moving ever since
Ain't got nobody to call my own you know
I've been moving since the day I was born
Life is a game just made for fun, I don't need nobody
You know, I don't love no one
Yes, I'm a mover baby
Now get out of my way will ya
Don't try to stop me now

mercoledì 16 agosto 2017

Sesso pompini sborra anal Mistress Slave il dildo no ti prego



Ci ho provato e basta, come non avevo mai fatto prima.
Avevo il numero di questa tipa perché lei era passata a lavoro da me a comprare un mobile ed io dovevo andare a casa sua a montarglielo, no? Lei era carina e ci avevo scambiato due parole, sapevo che era divorziata da poco, quindi preda facile, e secondo me mi aveva anche lanciato un paio di occhiate giuste allora la sera stessa appena finisco di lavorare le mando un messaggio con scritto “Vengo a bere il caffè da te?” e lei mi risponde “Scusa?” e io  mi gioco tutto subito “ Dopo se vuoi possiamo andare in una stanza d’albergo”, Lei risponde “ Stai sbagliando tutto, Non sono quel tipo di donna.” Io penso fanculo cazzo ho fatto un buco nell’acqua, ma almeno ci ho provato.  Le scrivo ‘na cosa come “scusa, è la prima volta che mi butto così, però ti trovo molto bella e non mi andava di girarci attorno perché  ho già una ragazza, semplicemente ti trovo attraente e pensavo tra di noi potesse esserci sintonia a letto. Scusami ancora se ti ho offesa, ci sentiamo domani per la consegna del mobile”. Una cosa del genere. Dopo venti minuti mi arriva un suo messaggio: “posso chiederti una cosa un po’ particolare?” e io “Certo, dimmi” e lei “Ti piace leccare la figa?” fermo immediatamente la macchina e la chiamo, ho già il cazzo duro, lei mi mette giù e mi scrive “Per favore per ora non parliamone a voce”. Ci scambiamo un tot di messaggi, vien fuori che il mio approccio onesto ha funzionato, inizialmente l’ha destabilizzata ma poi ha fatto centro. Il giorno dopo sono da lei, seduto in cucina, aspetto mi offra un caffè invece mi propone un gin tonic. Chiacchieramo di un pò di cose, ne versa un secondo e appena lo finisco mi alzo, le vado vicino, la bacio, l’accarezzo, la prendo, la sollevo e la faccio sedere sul tavolo della cucina, vorrei scoparmela lì ma lei mi ferma e mi porta in camera, si butta sul letto, la raggiungo le tolgo i pantaloni e le mangio la figa come evidentemente non le capitava da un bel po’, visto che sembra apprezzare particolarmente. Quando inizio a scoparla mi chiede di avvertirla prima di venire perché vuole che le sborri in bocca. La scopo un po’ nella classica posizione del missionario e quando mi sposto e cerco di girarla perché vorrei prenderla da dietro, Monica -si, mi sono dimenticato di dirtelo, si chiama Monica,- prende finalmente l’iniziativa, mi fa sdraiare, mi prende in bocca l’uccello e mi fa un pompino veramente ben fatto. Lo riesce a mettere in bocca quasi tutto senza fare i classici versi da simil soffocamento che, a dire il vero, di solito mi eccitano molto, ma va bene anche così, anzi, la facilità con cui lo succhia mi appassiona. Quando le prendo la testa e gliela spingo sul cazzo si vede che apprezza, vuole sentirsi troia ed essere usata; alla fine, quando sono felicemente venuto nella sua bocca, riesce addirittura a dirmi che il mio sperma ha un buon sapore. Comunque sia, dopo quella scopata ci siamo visti altre sei volte, abbiamo variato qualcosina ma il copione è rimasto quasi sempre lo stesso: Scopate solo in figa, che lei in culo non lo vuole; e finale sempre uguale, a parte una volta le sono sempre venuto in bocca perché le piaceva proprio tanto: mentre me lo succhiava le piaceva anche massaggiarmi l’ano e infilarci un dito. Dopo la settima scopata mi ha detto che, visto che io non volevo nulla di serio e lei si stava vedendo con un altro, era meglio smettere di scopare e rimanere amici, che non voleva problemi sentimentali. Le ho detto che ero d’accordo, va bene così.  Ma so che quei pompini mi mancheranno. Mi mancano già. Tra l’altro il tizio con cui si vede ora è un mio collega – il mondo è piccolo-che ovviamente mi detesta. Questo me l’ha detto lei; io il tizio lo conosco appena e oltre a salutarlo quando lo vedo passare non ci ho mi parlato di niente.  Lui mi odia perché me la sono scopata, e poi lei gli ha detto che io sono stato l’uomo più onesto che ha incontrato nella vita, l’unico che le ha detto da subito le cose come stanno invece di prometterle mari e monti come tutti gli altri, collega compreso.  Per questo l’odio di lui non ha fatto che aumentare.


Questa storia mi ha ovviamente galvanizzato e, nello stesso identico modo, ci ho provato con una signora più grande, sempre incontrata sul lavoro. Mi ha chiesto informazioni su un prodotto, ho attaccato bottone, abbiamo chiacchierato un po’, le ho chiesto se le andava di prendere un caffè insieme e lei mi ha dato il suo numero. Il messaggio stavolta è stato ancora più diretto, tipo “Ciao, Sono io, Vado dritto al punto: Ti trovo molto bella, ci verresti a letto con me?” Mi ha invitato a casa sua la sera stessa. Questa qua si chiama Luna, quando mi ha detto che ha 59 anni quasi vado lungo disteso. Dovresti vedere che razza di gambe ha. Senza un filo di cellulite. E il culo. Cazzo, il culo è una meraviglia, roba da trentenne. Luna è cubana, dimostra quarant’anni e ha una nipotina di tre. La mia prima granny. La prima sera è stata assurda. Mi porta in camera con la tranquillità di una che si è scopata mille uomini. Ha un corpetto e le calze a rete. Mentre la sto scopando mi dice “appena finisci mi devi scopare nel culo. Prima mi riempi la fica poi il culo” e devo ammettere che sta cosa mi ha messo molta ansia. Io dopo una scopata ho bisogno di una sigaretta, un po’ di tranquillità e poi se ne riparla con calma, mentre sta pazza maniaca lo rivoleva subito, mi ha agitato e infatti dopo la sborrata non mi tirava più. Lei infoiatissima mi ha detto che il cazzo le piace anche mollo e ha iniziato a giochicchiarci e a succhiarlo anche se non mi veniva su.  Capito che la situazione non si risollevava, sempre col mio cazzo tra bocca e mani, ha iniziato a chiacchierare, mi ha spiegato che è una padrona ed ha un paio di Slave: Massimo, medico di Vicenza, e Luca, rappresentante di Verona. Mi mostra un paio di foto; quella di Massimo è imbarazzante, lui è messo a quattro zampe e sembra un coglione. Luna mi spiega che avrebbe un cazzo bello grosso ma purtroppo non gli tira.  ‘Sti due imbecilli si fanno comandare e a volte sodomizzare da Luna che, ci tiene a sottolineare, non se li scopa mai, mai. Ci fa di tutto ma non sesso, li tratta come bestie, gli fa fare quello che vuole; mi fa morir dal ridere raccontandomi di quando una volta, in piena notte, ha chiamato Massimo e gli ha ordinato di rubare dei soldi a sua moglie per comprarle -a Luna, ovviamente- un paio di scarpe. ( Luna va pazza per le scarpe, ne ha una stanza piena, l’ho vista, sono quasi mille paia, mi dice con finta noncuranza.) Ed ecco che, così, dal nulla, mi propone di chiamare Massimo per farlo venire a guardare mentre scopiamo. Mi spiega che lui non partecipa e, in quanto schiavo, fa solo le cose che lei gli ordina. Possiamo farlo guardare oppure tenerlo in un angolo girato verso il muro. Possiamo insultarlo e se ne ho voglia posso anche prenderlo a calci e sputargli in faccia. Cristo, mi sembra un po’ eccessivo, io volevo solo scopare, non voglio uomini sconosciuti in mezzo ai coglioni. La situazione mi sembra troppo strana per cui ovviamente rifiuto, chiacchieriamo un altro po’ e poi mi rivesto e me ne vado.
La seconda ed ultima volta che l’ho vista mi sono preso male. Vediti la scena, sei lì stralanciato, all’inizio tutto ok, andate in camera sua e stavolta lo vuole direttamente dietro, la scopi per bene e quando hai finito ti sdrai affianco a lei, che ti guarda e ti dice che ti ha comprato un regalo, quindi si alza e s’infila uno strap-on, poi prende dal cassetto una scatola da cui tira fuori un dildo gigante. Le dici che assolutamente non si può fare, non ti piace quella roba. E lei insiste un po’, ti dice anche che quel coso di gomma -dovevi vederlo, era un cazzone gigante, una bella sberla- lei ti dice che quel coso lì non è poi tanto grosso. Allora ti agiti, no?  Le dici “non so con cosa sei abituata tu ma nel mio culo non ci entra”, “Ma si che ci entra, vedrai, con calma, non avere paura, fanno tutti così la prima volta, ti prometto che ti piacerà”. Dopo un paio di tentativi, solo verbali eh,  inizi a perdere la pazienza, alzi la voce e le spieghi che nel tuo culo più d’un dito non entra, tipo, no, “se vuoi quel dildo te lo infilo a te, altrimenti mi rivesto e me ne vado perché quel coso lì non mi eccita neanche un po’.” Luna sorridendo ti spiega che le piacci perché hai personalità, al contrario dei suoi due schiavi senza palle, si mette a leccarti l’uccello e, mentre ce l’hai ancora mezzo mollo se lo infila su e te lo fa diventare di ferro solo con le contrazioni della patata, senza muovere il corpo. Lei si che ne sa, devi dargliene atto. Poi si gira e lo prende dietro. Tu sei quasi immobile e lei ti fa una specie di twerking favoloso sull’uccello. Dopo un po’ vuole il dildo nel culo,allora le infili dentro quello che doveva essere il tuo regalo mentre la scopi in figa come un forsennato. Lei gode ansima e si lascia andare dei gridolini molto soddisfacenti, a questo punto rallenti … poi riparti mettendocela tutta e lei sembra impazzire. Quando stai per venire rimani immobile e la rifai twerkare, cazzo se sa quello che fa. Tu lì piantato come un palo, lei che si dà da fare, ti senti il campione perché stai facendo fare la schiava a una milf che di solito si fa leccare i piedi da dei coglioni. Cazzo sei il numero uno. Le ordini di muoversi piano, su e giù, su e giù, inizi a scaldarti, ti si annebbia il cervello, sbaaaaamm, oddio, ti sembra di eiaculare come un pazzo per un tempo infinito e te ne stai lì con le gambe che ti tremano.
Tanta roba.
Dopo la scopata ti fumi una sacrosanta sigaretta e praticamente scappi via.
Missione compiuta. Ma brividi.


Da quel giorno non l’ho più vista, fanculo; era una maga del sesso, conosceva un sacco di trucchetti spettacolari ma era troppo pazza per me. Mistress sessantenne che mi vuole scopare il culo con un gigantesco dildo blu mentre il suo Slave ci guarda e si sega sulla poltrona, non ci siamo proprio. E non ti dico cos’altro m’ha raccontato sui due schiavi perché sono cose disgustose.

sabato 12 agosto 2017

Oscillando



Lunedi 7/08
Oggi, come ogni anno, dopo mesi di ferie ho ripreso a lavorare in fabbrica. Mi hanno messo a fare uno dei lavori più stupidi del mondo,cioè prendere dei bancali con degli stampi di similferro caricati sopra,  in tutto 600 stampi a bancale; stampi che hanno la forma di un famoso dolce , sono infilati uno dentro l’altro in quindici file da venti e vanno appoggiati su un tavolo, disincastrati uno dall’altro – e alcuni di questi fottuti suddetti stampi sono infilati fottutamente a fondo nello stampo successivo, soprattutto quelli più in basso sul bancale, sui quali è gravato il peso dei fottuti stampi superiori- e appoggiati su un banchetto di modo che due signore possano caricare sti cosi dimmerda in una macchina del cazzo. Sono circa centomila fottuti stampi dimmerda da caricare in tre giorni. Oggi, per otto ore non ho fatto che questo. E dovrò farlo anche domani e mercoledì; Centomila stampi in tutto. Per quanto oggi, intorno alla settima ora di lavoro mi sia ritrovato, non so precisamente perché, ma qualche idea me la sono fatta, a pensare di farmi il porto d’armi, comprare una pistola e fare una strage d’innocenti che nulla hanno a che fare col mio lavoro, devo ammettere che, col senno di poi, questo tipo di lavoro in fabbrica –solitamente non faccio questa roba, bensì mi occupo di controllare e risolvere i problemi di determinati macchinari utilizzati per la palletizzazione e l’incelofanatura di bancali di dolci-, per quanto incredibilmente frustante sia molto importante per apprezzare a pieno le cose belle della vita. Dopo una giornata come quella che ho passato oggi tutto ciò che non è fabbrica brilla e profuma, il lago sembra più fresco, splendente e pieno di ragazze bellissime, il cibo è tenero e succulento e anche la compagnia di amici insensibili o ritardati è semplicemente meravigliosa, paragonata a una cazzo di giornata in fabbrica. Addirittura i risvoltini, le canzoni dei the giornalisti e i tatuaggi sul retro coscia paiono accettabili, semplici vezzi che si possono pur sempre ignorare invece di incazzarsi e bestemmiare, perché la vita è splendida e merita d’esser vissuta in tutte le sue mille sfaccettature. E questo concetto apparentemente semplice lo si capisce meglio se ogni tanto si fanno dei lavori di merda.

Ovviamente tra qualche settimana di lavoro scriverò un post di sole bestemmie; fanculo la grammatica, niente aggettivi, soggetti né verbi, solo una sequela imbarazzante di abominevoli bestemmie perché non mi sono laureato in qualcosa di figo per dio! e star dietro a dei macchinari industriali, per quanto sia molto meglio di impilare o de-impilare oggetti incastrati, come un robot mongoloide, fa comunque schifo al cazzo, è frustrante ed io non vorrei dover fare nè questo tipo di lavoro nè nessun altro, il lavoro è il male  e c’è un sacco di gente che ci tiene così tanto, al lavoro, che sono certo potrebbe lavorare anche per me.



Sabato 12/8
Il lavoro inizia a farsi sentire. Sono uscito di casa con le migliori intenzioni, pensavo centro città, fiche, vino buono, passeggiare, veder gente. I miei amici si sono divisi tra quelli che stanno con la morosa, quelli che stanno a casa di uno a bere e fumare hashish e quelli che si chiudono nella birreria del paese a morire di caraffe di birra offerte perchè poi il pub chiude per un mese. In centro da solo non ci vado, non conosco nessuno. Controvoglia mi aggrego alla banda birreria, bevo tre quattro pinte ma non sono niente in forma,  alle dieci e mezza vado a casa, giusto in tempo per vedere, sul gruppo wazzup, le varie foto di scaraffate di birra offerte dal titolare che deve svuotare le spine. Non mi frega un cazzo, non le avrei bevute, sono stanco dentro, il lavoro debilita l'uomo, soprattutto se l'uomo sono io e il lavoro è una merda, voglio solo annullarmi e spegnermi, domani mi strafogo di cibo, ingrasso e sono felice, ingrasso e sono triste, sono felice e sono triste, sono un'altalena del cazzo e tutti sono banali, vorrei solo incontrare qualche persona interessante che non mi parli solo della sua vita, ormai non parlo più, sto in silenzio, e non è che mi piace ascoltare, una volta mi piaceva ascoltare, ora sto in silenzio solo perchè non ho nulla da dire, e le poche volte che vorrei dire qualcosa vengo interrotto e capisco che nessuno mi vuole ascoltare, io non merito niente di tutto ciò eppure mi merito tutto quello che mi faccio succedere, ma non mi compiango, l'ho scelto io, la vita è un altalena, ora gratto il pavimento,  domani riderò forte.