giovedì 23 aprile 2015

La mia favola: Fine




Jhonny, nei giorni seguenti, pensò spesso a quella stupenda bianchissima ragazza, e a volte gli sembrava di vederla, di sfuggita, tra i cespugli, o di avvertire la sua presenza nella natura circostante.
La vita proseguì così per un certo tempo, Jhonny cacciava, mangiava, viveva, dormiva, sempre pensando a Daphne, mentre lei lo seguiva tutti i giorni, senza mai farsi vedere.

Un giorno come tanti altri,  passeggiando nel verde della natura, Jhonny notò dei bellissimi funghi bianchi e rossi che emanavano un invitante, delicato profumo, si tolse la bandana dalla bocca, ne assaggiò uno e, rapito da quel sapore dolce e zuccheroso, ne ingurgitò cinque, uno dietro all’altro, e ne raccolse altri da portare con sé.
Dopo pochi passi Jhonny si sentì improvvisamente debole, le gambe cedevano, lo sguardo si appannava, le orecchie gli rimbombavano echeggiando assurdi suoni elettronici. Jhonny cadde sulle ginocchia, vide un fulmine, un coltello, una tonaca insanguinata, un'altra saetta, una serie di lampi accecanti, poi una fitta nebbia dietro cui risplendeva la sagoma di una bellissima lucente ragazza con un cilindro in testa.



Sono edere, un soffitto d’edere intrecciate, la prima cosa che Jhonny vede, riaprendo gli occhi.
Anche le pareti, edera.
Jhonny si mette a sedere, si guarda intorno e lì vicino c’è Daphne che dorme.
Jhonny la guarda, la studia, le si avvicina.
Allunga una timida mano sul suo bianchissimo corpo nudo. delicatamente le accarezza la pelle
 morbidissima delle braccia,                                  ha caldo      Jhonny,
                      delle spalle,                    ha caldo,     
 si sente bollire,                    al piccolo seno                             un erezione
  e Daphne si sveglia, grida, Jhonny le tappa la bocca, la stringe
            la blocca                     la tiene                               la prende            
la sporca                               con la sua erezione         
la riempie             la stringe                 
         
e Daphne si dimena,                       bellissima,
 rapidi movimenti convulsi                 furiosi schizofrenici  scatti
Lui la stringe                             jhonny
   Ha caldo                           inebriato dagli spasmi 
       si sente bollire    e
La stringe di più,     e          lei    si ferma
Finalmente accetta         si arrende   

Immobile, i grandi occhi neri spalancati, luna piena
Daphne accetta Jhonny, la sua rabbia, la sua erezione,
accetta completamente tutto quello che Jhonny le ha dato
Di certo non
              Amore               Anche se

Un aerea marroncina entra veloce nella capanna, emette un leggero gridolino spaventato e, paralizzata dal terrore, non ha il tempo di scappare quando Jhonny esce dal corpo di Daphne e le si scaglia contro.





Jhonny fissa il corpo di Daphne, il verde sangue d’aerea ancora sulle mani, prende il suo Zippo e da fuoco all’abitazione.
 Jhonny sta in piedi,
 il fumo riempie la parte alta della capanna,
 Daphne è immobile
    l’edera brucia      piangendo
 sangue d’aerea              brilla
lingue di fuoco    verso il cielo            triste             
                                   senza luna


e Jhonny sta lì, in piedi.







Jhonny si svegliò inzuppato di sudore, in mezzo a cespugli spinosi. Appena riuscì a riprendere le forze corse a perdifiato verso il laghetto e, come aveva fatto tempo prima, nella torbida acqua della palude, fissò le sue orecchie e i suoi denti sporgenti e pianse vere lacrime di paura.
Jhonny restò a guardare nell’acqua la sua immagine deformata dalle lacrime cadute, ma non successe nulla.
Attimi di terrore gli attraversarono la mente, poi un’idea.
Il mostro si alzò di scatto e corse via.

Daphne, come ogni giorno, si recò alla caverna dove viveva Jhonny e, la sensazione di ansia che si diffuse dentro di lei, dopo aver scoperto che Jhonny non era lì, diventò un misto tra angoscia e paura, quando udì terribili grida in lontananza.
Daphne riconobbe immediatamente quei profondi gemiti, ma non voleva credere che stesse succedendo veramente. Col cuore in gola, corse via.


Jhonny stava strappando i frutti dell’albero sacro, gridava, strappava, calpestava, e il povero albero emetteva un terribile suono straziante, tra il lamento e il pianto, quando Bartwan comparve dal nulla, a pochi passi da Jhonny e, con gli occhi brillanti argento, alzò il suo bastone dritto sopra la testa, come un gigantesco, divino martello e lo abbassò sulla faccia sorridente di Jhonny, in uno schianto di tuono e di luce.

Jhonny era svanito nel nulla,
Bartwan posò il bastone,
a pochi metri di distanza, una bambina inginocchiata batteva i pugni sul terreno, gridando e piangendo,
un cilindro nero rotolava su sé stesso.




lunedì 13 aprile 2015

La mia favola pt3






Malk, figlio della linfa, era un piccolo druido vecchio e saggio. Era il guardiano più anziano del bosco e la sua dimora era  una grossa stanza scavata tra le radici dell’albero più grande della foresta.
Quando Daphne e le aeree arrivarono in quel luogo sacro trovarono, oltre al vecchio Malk, anche Bartwan il fauno, Fenda e  Vedra, due rappresentanti delle terree, e Magdàlia, regina delle floree.
Nacque una lunga e vivace discussione in cui Bartwan sostenne la necessità di cacciare quella strana e malvagia creatura mentre Daphne insistette per cercare un dialogo; Secondo lei quello strano personaggio non era necessariamente cattivo e, anche quando le aeree raccontarono di come avesse ucciso quel povero cockaburra, Daphne ribattè che anche quell’essere aveva bisogna di nutrirsi e l’uccisione del cockaburra non poteva essere considerata un gesto malvagio bensì un atto dovuto alla necessità di cibarsi.
Magdàlia era schierata con Bartwan, le terree e le aeree erano indecise sul da farsi, quindi Malk il saggio finalmente parlò:
“noi non togliamo la vita. Noi non cacciamo. Noi non attacchiamo se non per difenderci. Lasciamo che la creatura viva, lasciamo che si nutra, così come noi ci nutriamo a nostra volta. Lasciamolo vagare per il bosco, alla ricerca della sua strada. Se commetterà qualche crimine, se commetterà violenze ingiustificate, se non rispetterà le creature e la vita del nostro regno, allora, solamente allora, Bartwan potrai, anzi dovrai provvedere a bandirlo dalle nostre terre. Fino ad allora nessuno caccerà il nuovo arrivato, nessuno l’attaccherà né lo consolerà né avrà alcun contatto con lui.”



La parola di Malk il saggio era legge per tutti gli abitanti del bosco così la riunione si concluse e tutte le creature tornarono alle loro vite, eccetto Daphne che, incuriosita, appena ne aveva l’occasione correva a spiare Jhonny e, giorno dopo giorno, si sentiva sempre più addolorata per la profonda tristezza che sentiva in lui.


Jhonny trovò una piccola caverna in cui costruì un morbido giaciglio su cui dormire e per qualche tempo la sua vita proseguì così: di giorno se ne andava alla ricerca di cibo e raccoglieva l’acqua e qualche frutto, la notte riposava nella caverna davanti ad un falò.. finche un giorno, dopo aver camminato molto alla ricerca di una preda che però non riusciva a trovare, Jhonny s’imbatte in uno spettacolo incredibile:
Davanti a lui si stagliava un gigantesco albero blu dai cui rami ricurvi spiovevano grossi frutti luminosi, rotonde sfere arancioni piene di luce.
Jhonny s’avvicinò all’albero e prese uno di quei frutti, che a fatica riusciva a tenere in mano, ma proprio quando stava per strapparlo dalla pianta sentì un grido; Daphne, che lo spiava dietro folti cespugli, balzò fuori.
Jhonny restò pietrificato di fronte al candore ed alla lucentezza di quella meravigliosa creatura. Era la cosa più bella che avesse mai visto: una ragazza nuda, la cui pelle bianca quasi trasparente emetteva una fioca luce, come una luna scesa in terra, e i suoi occhi erano enormi e rotondi e dolci e materni e i suoi capelli nero corvino scendevano in onde ribelli ma ordinate, giù fino alle piccole cosce.
“Quel frutto non lo puoi mangiare o Bartwan ti caccerà! Tra qualche giorno maturerà completamente, cadrà dall’albero e si schiuderà, facendo nascere un aerea. Quest’albero è sacro. E’ la casa madre di tutte le aeree.”
Jhonny restò immobile a fissare quella straordinaria magnifica creatura e poi improvvisamente lasciò il frutto e scappò, correndo più veloce che poteva, verso la sua tana.
Nella fuga aveva perso il suo cilindro nero.


Bartwan rimproverò duramente Daphne e le proibì di seguire quel mostro, ma la figlia della luna, dopo un lungo colloquio con Malk il saggio, ottenne il permesso di continuare a controllare Jhonny per evitare che combinasse qualche brutto guaio, a patto che quella strana creatura non si accorgesse della presenza di Daphne e i due non venissero mai più in contatto.

Da quel momento, per infastidire Bartwan e forse anche per qualche altra ragione, Daphne iniziò a portare sulla testa il cilindro nero di Jhonny. Lo sfoggiava con una certa sfrontatezza anche se il cappello era enorme sulla sua piccola testolina e ogni dieci passi le cadeva sugli occhi facendola inciampare. 

mercoledì 8 aprile 2015

La Mia Favola pt2


prima parte



Jhonny vagò per il mondo, o almeno per una piccola parte di esso, cacciando piccoli animali, vivendo di stenti, senza sapere cosa fare né dove andare.
Un giorno, vagando per i colli,  s’imbattè in un piccolo laghetto contornato da salici piangenti, più simile ad una palude a dire il vero, si sedette sulla riva specchiandosi nell’acqua torbida, fissando quelle schifose enormi orecchie e quelle zanne affilate che spiovevano dalla sua bocca, e pianse. Pianse a lungo, singhiozzando.
Le sue lacrime caddero nell’acqua stagnante, dando vita ad un vortice, una spirale sempre più grande e fonda si disegnò sulla superfice del laghetto e Jhonny, senza sapere bene perché, ci si tuffò.
Il vortice lo risucchiò sempre più verso il suo centro mentre Jhonny semplicemente si lasciava trascinare, fino a perdere i sensi.
Si svegliò supino sulla riva, mentre dolci onde gli carezzavano le gambe. Aprì gli occhi e il mondo intorno a lui non era più lo stesso: l’acqua in cui era caduto era azzurra, non più scura e putrida, il terriccio bagnato sulla riva era diventato erba d’un verde brillante, i tristi salici che contornavano lo stagno si erano trasformati in alberi più grandi, più verdi, più belli e una musica dolce come miele si udiva da lontano.
Jhonny si alzò e restò minuti, forse ore, accecato da fiori di colori così accesi, così belli, che i suoi occhi non riuscivano a fissarli, come quando si tenta di fissare il sole. Poi raccolse il suo cilindro e la bandana e s’incamminò verso quella meravigliosa melodia mentre un gruppo di grossi insetti volanti se ne stava in disparte, ad osservarlo.


Daphne fu svegliata dai suoni eccitati di due aeree, Eve e Liù, che le comunicarono la comparsa d’una nuova, strana creatura, e la invitarono a seguirle. La giovane bellissima figlia della luna si destò immediatamente dal suo sonno e le seguì in tutta fretta.
                                  
                                              
Intanto Jhonny, seguendo la dolce melodia, arrivò ai piedi d’una collinetta che pareva fatta di enormi pietre bianche, tra le quali spuntavano altissimi fiori simili a giganteschi papaveri viola, i cui steli erano lunghi ben più di due metri. In cima alla collina, una strana creatura dotata di corna ricurve se ne stava seduta a gambe incrociate suonando un lucente flauto argenteo: era Bartwan il fauno, figlio della pietra, uno dei guardiani di quelle terre.
Appena Jhonny mise piede sulla collina, il flauto smise di suonare e Bartwan s’alzò in piedi stringendo un lungo bastone, sulla cui sommità era incastonata una pietra bianca, gridò qualcosa d’incomprensibile e, dopo aver battuto il bastone a terra, scomparve nel nulla.
Jhonny raggiunse la cima della collina, da cui si poteva vedere buona parte delle terre circostanti, e decise d’incamminarsi, senza sapere bene perché, verso il centro del bosco.
Durante il suo incedere, Jhonny fu interrotto da uno strano verso, s’avvicinò lentamente al luogo da cui proveniva questo rumore simile al gracchiare d’un corvo e vide una specie di grossa gallina viola che scavava il terreno alla ricerca di qualcosa. Jhonny s’avvicinò con cautela alle spalle dell’animale e, a pochi passi dalla creatura, con un balzo le fu addosso, le strinse le mani attorno al collo e, sordo alle suppliche della povera bestia, glielo spezzò.
Con il coltello con cui, qualche tempo prima, aveva ammazzato le suore carceriere,  Jhonny eviscerò e pulì l’animale, per poi cuocerlo su un falò che accese lì vicino, utilizzando vecchi legni secchi e lo zippo che aveva rubato alla suora tabagista.
Daphne e le due aeree assistettero sbalordite alla scena. Mai, prima d’allora, avevano visto una creatura come Jhonny.
Dopo essersi saziato, il mostro mezzo coniglio s’appisolò vicino al fuoco mentre Daphne, Eve e Liù decisero di recarsi al più presto all’albero di Malk per raccontare alle altre creature di quel nuovo strano essere.



                                      ...  continua....

martedì 7 aprile 2015

La Mia Favola

Le piogge gonfiarono il fiume che scorreva potente scavando il terreno.
Maestose creature marine nuotavano fiere, giocando con la corrente.
Poi il sole splendente lo uccise, povero fiume,
 ma la strada percorsa rimase:
 la terra scavata, le curve sinuose.
  I primi germogli spuntarono, in quello che fu il letto del fiume
 Il tempo avvolgendosi rapido fece il lavoro.
Piante e poi fiori e profumi
riempirono quel luogo.
Del fiume non era rimasto  nemmeno il ricordo,
che  creature lucenti animarono di nuovo quel luogo segreto.



La vita procedeva; creature più o meno strane nascevano e morivano, mangiate da creature più grandi, le quali a loro volta erano destinate a morire, e divenire cibo per piante e fiori.
Le acque scorrevano, i venti soffiavano, e i guardiani vigilavano sempre quel posto segreto.
Daphne era luce in un corpo di fata, una lattea luna splendente con  esili braccia e lunghe morbide gambe.
La sua casa era viva, edere abilmente intrecciate da mani fatate formavano le pareti ed il tetto della costruzione.
Daphne vegliava le notti del bosco, brillando alla luna, equilibrando le energie e i flussi della natura, mentre il giorno riposava su un morbido giaciglio.
Le aeree, le floree e le terree amavano daphne, regalandole colori e profumi segreti e, quando la dolcissima riposava, badavano al bosco per lei.
Era come un sogno, ma reale.


Opposto al bosco c’era un luogo tremendo, chiamato mondo. Lì le cose non andavano mai nel verso giusto e c’era sempre qualcosa di sbagliato.
Jhonny era lo scherzo d’un mago, il quale, rifiutato e schernito da una bella ragazza, le fece partorire un mostro deforme, mezzo uomo e mezzo coniglio.
Il padre del mostro lo voleva ammazzare, così la madre piangendo scappò, e consegnò Jhonny ad una prostituta, le diede molto denaro e la pregò di prendersi cura di quella creatura.
Quando seppe che il mostro non era morto, il padre uccise la madre di jhonny, ma non riuscì mai a rintracciare il figlio e, trovata una nuova moglie, si dimenticò di lui.
La prostituta lasciò la creatura davanti ad un vecchio monastero e fuggì coi soldi in sudamerica, dove morì poco tempo dopo, a causa di una rara malattia.
Jhonny crebbe in quel monastero, mangiando pane e acqua, sempre chiuso in una stanza, una specie di cantina, senza contatti col mondo esterno e selvaggiamente picchiato da 7 suore (una grassa, una vecchia, una strabica, un’accanita fumatrice, due gemelle e una pazza), che continuamente gli ricordavano la sua storia di aborto abbandonato. Jhonny veniva chiamato figlio del diavolo, veniva costretto a pregare per ore, inginocchiato su delle pietre e frustato continuamente. Le suore non avevano cattive intenzioni, intendevano purificare Jhonny tramite quotidiane, durissime penitenze e vessazioni.
Dopo anni di sevizie arrivò il giorno in cui, mentre la suora pazza, in uno dei suoi accessi di rabbia, lo  picchiava selvaggiamente con un bastone, Jhonny trovò la forza di ribellarsi, riuscì a prendere il grosso legno dalle mani della donna e la colpì fino a sentire le mani intorpidite.
La monaca pazza giaceva immobile e Jhonny guardava impressionato la grande pozza di sangue che s’allargava sul pavimento. Per la prima volta nella sua intera vita, sorrise.
Sentendo forti rumori provenire dal corridoio, si nascose dietro la porta e, quando la suora strabica entrò, ancor prima che ella potesse gridare alla vista del cadavere della compagna, le strinse forte le mani intorno alla gola e la soffocò.
Senza perdere tempo il mezzo coniglio raggiunse la cucina del monastero, prese un coltellaccio e, una ad una, uccise tutte e sette le suore.
Le due gemelle furono sgozzate e Jhonny potè sentire il loro caldo sangue scorrergli addosso.
La suora grassa fu eviscerata come una bestia, il grosso coltello da cucina penetrò la carne sopra la sua anca sinistra e la squarciò diagonalmente fin sotto al seno destro. Le budella della pingue monaca fuoriuscirono accatastandosi sul pavimento e riempiendo la stanza di un rancido, insostenibile fetore. 
La suora fumatrice, che aveva assistito alla morte della sorella grassa, fu accoltellata alla schiena, mentre, sconvolta, vomitava la zuppa di ceci mangiata a pranzo e Jhonny, ancora una volta, rimase affascinato nel vedere la tonaca bianca della sua vittima prima macchiarsi e poi colorarsi completamente di rosso. Jhonny raccolse da terra lo zippo della fumatrice, prima che s’inzuppasse di sangue, e si diresse, sorridente, verso
l’ultima suora, la più anziana delle sette, che non poteva più camminare ed aspettava la fine su una sedia a rotelle. La suora gridava “BESTIA! DIAVOLO! SATANA!” quando Jhonny portò lo zippo accesso sul suo ruguso viso e le incendiò i capelli, strinse le mani attorno al suo collo, la sbattè contro il muro e poi, sul pavimento, le infilò i pollici nelle orbite, e spinse e mosse le dita qua e là, in un frenetico movimento fatto di piccoli rapidissimi furiosi schizofrenici scatti, e scavò e scavò nella poltiglia che erano stati gli occhi della vecchia, inebriato dal sangue e dagli spasmi del corpo sotto al suo.

Quando tutto fu finito Jhonny si lavò, indossò dei vestiti puliti, rubò un cappello a cilindro per nascondervi le orecchie e una bandana da mettere sul viso, per coprire i lunghi denti da coniglio e se ne andò per sempre dal monastero ch’era stata la sua prigione.



fine prima parte

giovedì 2 aprile 2015

Non-recensione

Se c'è una cosa che ho capito di non saper fare, sono le recensioni.
Una cosa che invece so fare bene, è dare consigli ai giovani.

Consigli ai giovani: Fatevi le canne.
Piccole, grosse, a bandiera, senza filtro, con due filtri, con tre, con 6 cartine. Fatti i carciofi.
E quando ti sarai sfangato i coglioni di fumare canne potrai assumere hashish in altre maniere.
Te lo puoi mangiare, basta che lo sgrani e lo metti in un pentolino con del latte, scaldi il tutto e togli lo scarto schifoso che viene a galla.
Poi col latte all’hashish ci puoi far na torta.
Meglio che cerchi su un sito decente come farla come si deve.

Se non c’hai cazzi di star lì a cucinare ti puoi sempre fare un bong, se non hai un bong crealo con una bottiglia.
Quando invece si vuol fumare un chillum ma non si ha un chillum ci si può sbizzarrire.
Se non hai paura di tagliarti le dita puoi spaccare una bottiglia di birra e tenerne il collo. Dalla parte dove dovresti bere infili una sigaretta spaccata in 4 per far da filtro, poi riempi di mista, metti il saffi e via.
Se hai tempo puoi, con un cacciavite, scavare un tunnel all’interno di una carota bella grossa, (se hai una certa abilità poi anche ricavare uno stone dalla carota scartata, in alternativa creane uno con della carta d’alluminio), metterla in freezer per almeno mezzora, poi via, la riempi e la fumi.
Perché in freezer? Perché è meglio.
Rock.
Se ti piace la frutta si può fumare anche quella.
Prendi una mela o una pera, ci scavi un cratere sopra, fai un buchetto di lato che arrivi giusto sotto al cratere, inserisci un filtro dall’alto, fai uno strato di tabacco sulle pareti del cratere per assorbire l’umidità del frutto e poi riempi di droga.

Due tizi egiziani mi hanno detto che lì da loro si fumano i bicchieri.
Prendi un bicchiere largo, prendi una sigaretta e del fumo morbido.
Spezzi la punta della sigaretta quel tanto che basta per riuscire ad incastrarla dentro in bicchiere. Al centro della sigaretta fai un piccolo foro e ci infili il fumo precedentemente ammorbidito e allungato a biscetto.
Dai fuoco all’estremità del biscetto che sporge dalla sigaretta, lascialo accendersi e poi soffia sulla fiamma in modo che il biscio continui lentamente a fumare, incastra la sigaretta dentro al bicchiere, 
, con in biscio rivolto in basso. Tappa il bicchiere con un sottobicchiere o un cd o un libro o qualsiasi cosa e aspetta che il biscio si consumi e che il bicchiere si riempia di denso fumo azzurrognolo-grigetto, discosta un angolo del copri bicchiere e aspira avidamente.
E’ più facile farlo che spiegarlo. Alla fine è come far così.

Se sei una persona seria e valida devi, almeno una volta nella vita, farti "un secchio": diabolico metodo per strafarsi che viene utilizzato anche in una scena del film che dovevo recensire:
"E morì con un felafel in mano".
Guardatelo, l'ho messo anche nella lista "film che dovreste guardare" qua a sinistra.



Ps: Sono sconvolto, oggi ho ascoltato una canzone di un gruppo di ragazzi che partecipa ad "amici" di maria de Filippi. E sai cosa? L'ho ascoltata anche volentieri. Stra funky. Però non la metto perchè mi vergogno, metto un pezzo serio:



mercoledì 1 aprile 2015