giovedì 10 settembre 2015

Ballo dentro.


Gli occhi affamati, la bocca digrignante, stanca, cos’altro volete, ancora, da me?
Fortunatamente entro pochi giorni smetterò di essere poeta per tornare a vestire i panni dell’operaio.
Gli operai possono essere felici, pestare i propri pensieri fino ad annullarsi l’anima sporca e non sentirla più.
Direi che sono fortunato, se non serve. E per nulla audace, in effetti.
Il problema non è tanto quanto penso alla morte, è come ci penso.
Potrei farlo senza far rumore, non se ne accorgerebbe nessuno, come tutte le altre volte.
Ormai anche i sogni sono prefabbricati: vivere alle Canarie come un paio di Birkenstock
                 & un bilocale senza giardino con due televisori.
Andare non so dove a fare non so cosa, scappare da un verme che ti scava sottopelle.
Le infermiere del cuore sono in centro per i saldi, i cani ringhiano, è il loro territorio.
Passi nel bosco scricchiolano le foglie secche delle mie parole morte.
Anche  il più piccolo stronzissimo dei fiumiciattoli sporchi
Scava.
Mangia terra e roccia, e gli alberi intorno si piegano fino a cadere.
Serve pazienza.

Un giorno urlerò più forte di Ginsberg.





Ho sempre cercato un sacco di cose difficili
per poi scoprire che non stavo meglio per niente
per niente, 
niente niente niente niente, no…
No non avrò bisogno delle medicine
degli psicofarmaci, del lexotan
dei rimedi in casa, della valeriana
della psicanalista junghiana.

Se dovessi avere sulla tangenziale la tachicardia
cercherò di ricordare che
nonostante tutto c'è

la nostra stupida
improbabile felicità
la nostra niente affatto fotogenica felicità
sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata.

1 commento:

  1. Serve pazienza sì, e ginocchia forti. Osservare e aspettare di non sentire più l'acido nei muscoli, di smettere di sentirsi sventrati, di smettere di sentirsi, e cominciare a sentire tutto il resto. Bel pezzo

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