martedì 7 aprile 2015

La Mia Favola

Le piogge gonfiarono il fiume che scorreva potente scavando il terreno.
Maestose creature marine nuotavano fiere, giocando con la corrente.
Poi il sole splendente lo uccise, povero fiume,
 ma la strada percorsa rimase:
 la terra scavata, le curve sinuose.
  I primi germogli spuntarono, in quello che fu il letto del fiume
 Il tempo avvolgendosi rapido fece il lavoro.
Piante e poi fiori e profumi
riempirono quel luogo.
Del fiume non era rimasto  nemmeno il ricordo,
che  creature lucenti animarono di nuovo quel luogo segreto.



La vita procedeva; creature più o meno strane nascevano e morivano, mangiate da creature più grandi, le quali a loro volta erano destinate a morire, e divenire cibo per piante e fiori.
Le acque scorrevano, i venti soffiavano, e i guardiani vigilavano sempre quel posto segreto.
Daphne era luce in un corpo di fata, una lattea luna splendente con  esili braccia e lunghe morbide gambe.
La sua casa era viva, edere abilmente intrecciate da mani fatate formavano le pareti ed il tetto della costruzione.
Daphne vegliava le notti del bosco, brillando alla luna, equilibrando le energie e i flussi della natura, mentre il giorno riposava su un morbido giaciglio.
Le aeree, le floree e le terree amavano daphne, regalandole colori e profumi segreti e, quando la dolcissima riposava, badavano al bosco per lei.
Era come un sogno, ma reale.


Opposto al bosco c’era un luogo tremendo, chiamato mondo. Lì le cose non andavano mai nel verso giusto e c’era sempre qualcosa di sbagliato.
Jhonny era lo scherzo d’un mago, il quale, rifiutato e schernito da una bella ragazza, le fece partorire un mostro deforme, mezzo uomo e mezzo coniglio.
Il padre del mostro lo voleva ammazzare, così la madre piangendo scappò, e consegnò Jhonny ad una prostituta, le diede molto denaro e la pregò di prendersi cura di quella creatura.
Quando seppe che il mostro non era morto, il padre uccise la madre di jhonny, ma non riuscì mai a rintracciare il figlio e, trovata una nuova moglie, si dimenticò di lui.
La prostituta lasciò la creatura davanti ad un vecchio monastero e fuggì coi soldi in sudamerica, dove morì poco tempo dopo, a causa di una rara malattia.
Jhonny crebbe in quel monastero, mangiando pane e acqua, sempre chiuso in una stanza, una specie di cantina, senza contatti col mondo esterno e selvaggiamente picchiato da 7 suore (una grassa, una vecchia, una strabica, un’accanita fumatrice, due gemelle e una pazza), che continuamente gli ricordavano la sua storia di aborto abbandonato. Jhonny veniva chiamato figlio del diavolo, veniva costretto a pregare per ore, inginocchiato su delle pietre e frustato continuamente. Le suore non avevano cattive intenzioni, intendevano purificare Jhonny tramite quotidiane, durissime penitenze e vessazioni.
Dopo anni di sevizie arrivò il giorno in cui, mentre la suora pazza, in uno dei suoi accessi di rabbia, lo  picchiava selvaggiamente con un bastone, Jhonny trovò la forza di ribellarsi, riuscì a prendere il grosso legno dalle mani della donna e la colpì fino a sentire le mani intorpidite.
La monaca pazza giaceva immobile e Jhonny guardava impressionato la grande pozza di sangue che s’allargava sul pavimento. Per la prima volta nella sua intera vita, sorrise.
Sentendo forti rumori provenire dal corridoio, si nascose dietro la porta e, quando la suora strabica entrò, ancor prima che ella potesse gridare alla vista del cadavere della compagna, le strinse forte le mani intorno alla gola e la soffocò.
Senza perdere tempo il mezzo coniglio raggiunse la cucina del monastero, prese un coltellaccio e, una ad una, uccise tutte e sette le suore.
Le due gemelle furono sgozzate e Jhonny potè sentire il loro caldo sangue scorrergli addosso.
La suora grassa fu eviscerata come una bestia, il grosso coltello da cucina penetrò la carne sopra la sua anca sinistra e la squarciò diagonalmente fin sotto al seno destro. Le budella della pingue monaca fuoriuscirono accatastandosi sul pavimento e riempiendo la stanza di un rancido, insostenibile fetore. 
La suora fumatrice, che aveva assistito alla morte della sorella grassa, fu accoltellata alla schiena, mentre, sconvolta, vomitava la zuppa di ceci mangiata a pranzo e Jhonny, ancora una volta, rimase affascinato nel vedere la tonaca bianca della sua vittima prima macchiarsi e poi colorarsi completamente di rosso. Jhonny raccolse da terra lo zippo della fumatrice, prima che s’inzuppasse di sangue, e si diresse, sorridente, verso
l’ultima suora, la più anziana delle sette, che non poteva più camminare ed aspettava la fine su una sedia a rotelle. La suora gridava “BESTIA! DIAVOLO! SATANA!” quando Jhonny portò lo zippo accesso sul suo ruguso viso e le incendiò i capelli, strinse le mani attorno al suo collo, la sbattè contro il muro e poi, sul pavimento, le infilò i pollici nelle orbite, e spinse e mosse le dita qua e là, in un frenetico movimento fatto di piccoli rapidissimi furiosi schizofrenici scatti, e scavò e scavò nella poltiglia che erano stati gli occhi della vecchia, inebriato dal sangue e dagli spasmi del corpo sotto al suo.

Quando tutto fu finito Jhonny si lavò, indossò dei vestiti puliti, rubò un cappello a cilindro per nascondervi le orecchie e una bandana da mettere sul viso, per coprire i lunghi denti da coniglio e se ne andò per sempre dal monastero ch’era stata la sua prigione.



fine prima parte

4 commenti:

  1. Mi piace pensare sia in parte autobiografico.

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  2. pensalo pure.
    A me piace pensare che tu non sia l'unico che l'ha letto.
    Anche perchè ci ho messo dell'impegno. E poi la storia s'impenna, fuochi d'artificio ed emozioni una dietro l'altra

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  3. Mi ricorda un po' quel meraviglioso "Profumo" di Suskind.

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    1. putroppo non ho avuto il piacere di leggerlo... comunque ho guardato il film e mi è piaciuto.

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